domenica 6 ottobre 2019

Abbi il coraggio

«Ancora l'espressione brilla di quel che da animale in trappola. Si becca la spallata, anche se riesce di nuovo a difendersi con il suo scudo metallico, finendo contro il muro dell'edificio e tossendo» Coraggio. Abbi il coraggio Rage, e sii uomo, non il patetico bambino che sto vedendo, nascosto dietro una corazza più grande di lui. Abbi il coraggio di prenderti le responsabilità del tuo gesto e delle tue parole. «Lo sfida con un che di disperato, iniziando di nuovo a concentrarsi sullo stesso cassonetto.»

venerdì 23 agosto 2019

Nothing gold can stay

Di solito in ospedale il limite tra sogno e veglia riesce a farsi confuso, una linea sottile il cui unico vero discrimine è la mancanza di dolore. Questo lo sa bene.

Ora no.

Ora Brendan si è reso conto di star sognando non appena ha chiuso gli occhi, è come essere sulle rive di un lago sotterraneo e immobile, in un posto che è troppo buio per indovinare.
Abbassa lo sguardo quando si rende conto di non essere solo, quando percepisce una presenza minuta al suo fianco.
"Oh...hello?"

E' un bambino, non deve avere più di cinque anni. Capelli neri e corti che si indovinano ricci, occhiali  da vista dalla montatura di plastica colorata e dietro grandi occhi azzurri, occhi che anche nel sogno per un attimo gli rendono difficile respirare, come se un coltello gli si fosse conficcato nel fianco.
Occhi che ha visto in una fotografia ormai persa, occhi che ha sognato. Più e più e più volte, quando i bei sogni erano ancora peggio degli incubi più neri.

"Where are we going?"
Non si ribella quando il figlio che non ha mai davvero conosciuto lo prende per mano, sorridendo sbruffone, portandolo verso il centro del lago: camminano sopra un'acqua scura, lucida e riflettente come un pavimento di ossidiana, senza fare alcun rumore o muovere un'onda.
Brendan si gira di scatto quando, arrivati al centro, il bambino gli lascia la mano all'improvviso.

"...Dove vai, io..."
Ma Matthew, Alexander o forse entrambi già non c'è più, scomparso nel nulla da cui è venuto. Il telepate si guarda intorno, ma intorno a lui non c'è più anima viva, e non resta altro che sedersi sull'acqua che sembra un pavimento, a gambe incrociate.

Aspetta.

"Ci hai messo anche troppo."
Quando abbassa lo sguardo per cercare il suo riflesso l'immagine che gli restituisce lo sguardo è diversa.
Il sé dell'altra dimensione è quasi come se lo ricorda. Snello ma non troppo magro, sano, senza occhiaie e con solo qualche filo grigio tra i ricci, senza pizzetto, meno cicatrici e addosso vestiti colorati che un tempo anche lui amava portare. È giovane come lui non lo sarà mai più.

E' diversa anche l'espressione: il sorriso è beffardo e negli occhi si è infiltrata una durezza di chi il metallo se lo è fatto scendere fin nell'anima, liquido e velenoso come il mercurio.
E' una durezza che riconosce.

"Non ti è bastato quello che hai fatto?"
Il Brendan dell'altra dimensione, quello che ha fatto di tutto per proteggere il suo mondo a discapito del loro durante il periodo della collisione, quello che non avrebbe esitato un secondo ad ucciderlo per questo, ride di una risata molto aspra.

"Quello che io ho fatto a chi esattamente? Non basta quello che tu hai fatto a te stesso, piuttosto?"
Il doppio lo indica, continuando a sogghignare. "Guardati. Sei patetico, Brendan Scott. Sei patetico e lo sai."

 Brendan ringhia, un ringhio che arriva dal profondo del petto e anche nel sogno gli fa vibrare dolorosamente le costole spezzate, ma si trova incredibilmente a corto di parole.

"Che cosa vuoi da me?"

"Just checking out. Ogni tanto non posso  controllare come vanno le cose?" La voce dell'altro Brendan è allegra, quel sorriso non ha mai nemmeno tremato.
"Non devi odiarmi, sai." Finalmente l'altro si fa più serio. "Ho fatto quello che dovevo. Quello che pensavo potesse essere giusto."

La sua voce, quella che gli esce dalle labbra, vibra invece di rabbia. "Pensavi potesse essere giusto ammazzare miliardi di persone? Sei stato tu che hai perso."

Il doppio inarca le sopracciglia, scettico e sarcastico. "Ma davvero?" Di nuovo ride.
"Sai bene che a me non piace prendere rischi e non amo le mezze misure. E la speranza che ti ha portato fin qui é questo. Un rischio."

Il sorriso del doppio mostra tutti i denti, è un sorriso accattivante.
"La verità, Brendan Scott, è che non hai le palle. Se pensi che qualcosa cambierà con quella tua stupida scuola del cazzo...ti sbagli. Di nuovo, lo sai anche meglio di me che siete lontani solo un giorno sbagliato dal tornare i cattivi. La gente ascolta l'odio di chi vi ha pestato, ascolta la paura che seminano col sangue. E che cosa fate voi? Lezioni e al massimo qualche dibattito in tv. Ti rendi conto? Guardati. Sembri una candela consumata. Quanto ancora pensi di poter andare avanti?"

Brendan chiude le mani a pugno, ed trova quasi strano come nei sogni si senta il dolore della realtà.
"È qui che ti sbagli. Perché finché resterà qualcosa per cui combattere lo farò, e non come pensi.  È il futuro che stiamo costruendo. Ed è normale che ci sia la paura, ma si combatte con l'esempio".

"Ah sì? Il futuro?"
L'altro Brendan agita noncurante una mano, e compaiono altri due riflessi che si tengono per mano. Il bambino con gli occhiali, e un altro della stessa età  che un poco gli somiglia. Gli occhi stavolta verdi hanno la stessa forma, è più alto e robusto  dell'altro, senza occhiali, i ricci neri e  la pelle del colore di Andrea,  ma il sorriso sicuro in entrambi  è identico.

"Lascia i miei figli fuori da questa storia!" Brendan furioso molla il pugno alla superficie fredda, che si increspa come acqua senza che tocchi l'altro.
Lui ride.

"Michael sarà proprio un bravo bambino, sai." Nonostante il sorriso del doppio si sia addolcito c'è un sottofondo perfido che si sta facendo sempre più spazio.
"...Se non muore come il tuo Alexander senza che tu riesca a fare qualcosa in merito, ridicolo ometto che non sei altro. Come pensi di potergli essere da esempio? Quanto pensi che ci vorrà prima che crolli tutto di nuovo? Because nothing gold can stay, so che sai anche questo."

Brendan non sa se le lacrime che gli pungono gli occhi siano reali o meno. La voce che gli esce è malferma come non è quasi mai stata di fronte alle tragedie.
"Stop it. Just...stop. Cosa dovrei fare secondo te, mh?"

"Mi sorprendi. Sai meglio di me cosa fare. Con il Kingdom, con quei terroristi...la risposta è lì ad un passo."

Da accattivante il sorriso dell'altro diventa sinistro, quasi innaturale nella sua soddisfazione .
"Mi hai sentito, Brendan. La speranza é un rischio. Finché ti ci aggrapperai sarai a galla su una barca che affonda.  E loro vinceranno. Vinceranno sempre perché non hai saputo essere come meriti. Essere come me." Il sorriso è diventato una smorfia affilata e crudele.
"Un vincente."

"VATTENE VIA!" Stavolta non si limita a ruggire: si lancia contro quel riflesso con tutto il suo corpo e con tutta la sua rabbia.

Invece di toccare una superficie dura il suo corpo si infrange contro un'acqua densa come catrame, di un gelo che gli fa dolere le ossa.
Il suo doppio ride mentre affonda, ride e ride ancora quando tutto intorno si fa buio, sente ancora la sua risata nelle orecchie quando si risveglia in ospedale con una violenza che spaventa l'infermiera lì per cambiare una flebo.

Forse sono le ferite, ma ancora si sente i polmoni pieni di acqua.

martedì 26 febbraio 2019

Burn

Con il tempo, Brendan Scott ha dimenticato cosa sia la paura per se stesso, e a volte dubita di averne mai avuta davvero.

Non ha paura per sè quando va in ronda e un rumore qualsiasi gli fa voltare la testa e raggiungere il coltello. A volte non sa se è più ansia o voglia di dare in qualche modo un colpevole alla rabbia che gli brucia lo stomaco, brucia da quando sono tornati nel passato.

Non ha paura nemmeno quando il raggio mortale di un'astronave aliena fa tremare il Wing, protetto disperatamente dai loro scudi. Non ha paura quando sprona gli altri a combattere, non ha paura quando combatte e non l'ha mai avuta, nonostante tutti i segni, le cicatrici, i giorni di degenza, le ferite, la salute che traballa e lo tradisce sempre più spesso.

Non è il caso di avere paura quando si ritrova in quella stiva stretta con altri disgraziati, anzi. Il sangue gli scorre nelle vene più caldo che mai quando la falsa parete di metallo salta, e lui si trova a sciamare verso una plancia di pilotaggio che dirotta con un miracolo e parecchie bestemmie.

No, la paura non è mai per sè: quella è una sensazione esilarante, per un attimo gli fa ricordare che è stato un ragazzo in cerca di guai. Si sente di nuovo giovane e vivo, anche se per un istante solo.

Paura però non gli è un'emozione sconosciuta.
Teme ogni volta  per Andrea quando la vede uscire dal loro rifugio arrangiato, teme quando vede i suoi occhi stanchi, vede le sue occhiaie e sa che per lui è la stessa cosa.
Ha paura per la piccola vita innocente di Michael, ha paura per suo figlio ogni volta che si addormenta e sembra sul punto di svanire da un momento all'altro come se non fosse mai esistito, congelandogli il cuore in petto, ogni pianto un po' di più.
Ha paura per i suoi genitori condannati allo stesso destino, teme perfino per Iris e per il bambino che porta in grembo. Teme per Max, per Matthew, per Cole, per tutta la gente nella sua costellazione di affetti.
Ha paura per suo fratello Hector e per un Constantine con cui si sono riuniti dopo tanti dubbi.
Non vuole vederselo strappare dalle mani come quando è corso via per salvargli la vita. Una volta è stata sufficiente.

Teme per tutto ciò che lo tiene ancorato al suolo.

E ogni nome, ogni momento, ogni cosa che succede, ogni momento di paura è una fiamma che si accende in quell'incendio che non può e non vuole domare.
Di quelle fiamme è fatto, di quel fuoco si nutre e combatte, combatte ancora, fino a rarefarsi.


sabato 5 gennaio 2019

Wolves

Il rumore di una sveglia che gli suona dritta nell'orecchio lo strappa da un sogno che per una volta sembra uno di quelli assurdi ma innocui di un tempo. La prima cosa che fa è cercarla per spegnerla, pronto a girarsi dall'altro lato e abbracciare Andrea per concedersi altri famigerati cinque minuti.

Le sue mani incontrano la testa riccia di un uomo da barba e capelli rossi che ride sotto i baffi quando si sveglia di soprassalto.
"Oh cretino, ti sei addormentato."
Hector gli ha messo il cellulare vicino alla testa e sta sparando metal di quello becero nelle orecchie, e loro sono sul divano, pomeriggio di inizio gennaio. A Philadelphia, South Side, l'appartamento temporaneo che Mary e Alexander sono riusciti a rimediare.
"Non posso nemmeno andare a lavare i piatti che crolli? Ti sei proprio fatto una femminuccia."

La gomitata che segue, dritta nelle costole, fa ridacchiare il ragazzo, che si siede vicino a Brendan, stravaccandosi sul vecchio divano mentre il telepate si stiracchia e torna nel mondo dei vivi, guardandosi intorno.

"Mamma e papà?"
 "Boh, in giro immagino, a comprare roba. Abbiamo lasciato un po' di cose ad Ottawa e niente fermerà mamma dall'avere un set di tazze per gli ospiti e riempirti di tutine non appena ha occasione come ogni nonna fuori di testa che si rispetti."

Hector ridacchia ancora, e tra i due fratelli Scott scende un silenzio quieto.
E' cambiato, non solo per il barbone. Nonostante questo riesce a portarsi dietro quell'aria di completa innocenza anche se sembra un paio di anni più vecchio dei suoi ventiquattro.

"Per quanto pensi di restare tu? Ho capito che mamma e papà hanno messo un po' le radici da quando hanno saputo di Michael, ma...tu sei libero. Perchè..."
Alle parole di Brendan semplicemente alza una mano e lo interrompe.

"Ottawa è stata una cazzata e papà ha ragione. Abbiamo diviso la famiglia troppe volte, e se devo iniziare da qualche parte è meglio se lo faccio dove ti posso tenere d'occhio. Costantine non c'è  più e qualcuno deve pur aiutare la tua compagna a non far diventare vostro figlio un pagliaccio vestito male."
La risposta è un silenzio che pare di nuovo lunghissimo.

"Non nominavi più Stan da quando...da un sacco."

"Già."

"Avrebbe trentacinque anni."

"Direbbe che ora il più vecchio sei tu, e si vede."

Un'altra breve risata dei due fratelli, e un altro silenzio. Stavolta è Hector a romperlo per primo.

"Sai...avevate ragione."
Brendan non fa in tempo ad aprire la bocca che il ragazzo continua, con un sorriso malinconico.
"Siamo arrivati ad un punto in cui...fare finta di niente è come essere d'accordo."

Il ragazzo guarda il telepate con un che di estremamente severo e quasi estraneo sul viso normalmente bonario, e taglia ogni discussione.
"Non pensare che non sia preoccupato per te..lo siamo tutti. Siamo preoccupati per te, per Andrea, per il bambino e per la vita che avete davanti. Ma...io mi fido e la preoccupazione non risolverà mai un cazzo, le cose stanno così ed è meglio darsi da fare. So che stai facendo tutto il possibile, so che se ci fosse un modo per migliorare le cose saresti già lì a ingegnarti. Sei sempre stato così."

"Hector, è già questo il modo. Forse è la strada più difficile, ma..."

"Piantala. Ce lo stai dicendo da così tanto tempo che ormai potrei ripetere a memoria tutto."

Il sorriso diventa amaro.
"Non fare casini, Brendan. Andrea  è una brava ragazza, e anche se non ce l'ha fatto vedere sono più che sicuro sia una testa di cazzo come te. Deve esserlo, per decidere di vivere insieme a un ricercato nel bel mezzo del nulla e farci perfino un figlio. Deve esserlo perchè te ne sei innamorato, non ti innamori della gente normale."

Ed Hector, quell'uomo dalla faccia di eterno bambino, semplicemente sospira, con un silenzio che è lungo, lunghissimo.
"Ti ho sempre visto...come il fratello maggiore...quello che poteva fare tutto, a cui tutto era permesso. E non perchè sei un mutante, o non solo...è perchè sei tu. Col carattere di merda che ti ritrovi."

Il giovane fissa il telepate con uno sguardo acuto che tanto ricorda la loro madre. Ha i suoi occhi azzurri ed è un colore buono, calmo e caldo come le acque del mare tropicale.

"Tu sei quello che prendeva a sassate le finestre delle officine e si ritrovava con un lavoretto. Il ragazzo che poteva scappare di casa a sedici anni e tornare, e gli altri si sarebbero solo preoccupati. Quello che poteva andare a vivere in un altra città e non farsi sentire per mesi e mesi, quello che torna ogni volta con una cicatrice diversa e quello che ho visto quasi morto per più volte di quanto mi piaccia ammettere. Sei quello che può scomparire e riapparire e tutti penseranno che è normale, è solo Brendan. Sei l'ultima persona che ha visto e parlato con Stan, sei la persona che l'ha cambiato...e io tra di voi spesso e volentieri ero solo un satellite. Contantine e Brendan, con i loro drammi, e poi il piccolo Hector, sempre affidabile, quello che porta tutti quanti insieme e che non ha mai nessun problema con le pazzie degli altri."

Non lascia nemmeno il tempo di replicare, parla in un lungo monologo allibito, guardandolo con una sicurezza che il telepate si scopre di non aver mai avuto.
"Mi rendo conto che avrei potuto essere invidioso di te. Avrei potuto odiarti, ma...immagino che nessuno in questa famiglia sia per le cose facili."

 Brendan fa per aprire bocca, ma il fratello minore semplicemente lo guarda ancora, e stavolta è torvo.
"Non dire niente. E non abbassare mai la guardia, perchè basta questo..." Hector schiocca le dita. "Ma già lo sai. E io non voglio raccogliere i pezzi di mamma e papà, non un'altra volta. E non voglio raccogliere i tuoi, perchè nonostante tutto ti voglio bene. E so che me ne vuoi anche tu."

Ci vuole un po' prima che il telepate riesca a raccogliere i pensieri e aprire la bocca.
"Mi...dispiace. Avrei dovuto..."

Hector scoppia a ridere, e scuote la testa.
"Una delle tante cose che avresti dovuto, e che non fai mai. Ma non te ne faccio una colpa." Ancora ridacchia, scuotendo ancora la testa. "Tutto questo alla fine sai cosa? Per dirti che ho trovato lavoro qui a Philly e non mi muoverò da qui. Quindi in bocca al lupo, hai una nuova piattola in città."

Stavolta ridono entrambi, e il pensiero di Brendan corre lontano.
Corre all'anno prima e al suo Natale silenzioso, il capodanno aspro, mesi divisi con la testa piena di numeri pari, ore passate  in loop con le mani sotto al lavandino a lasciarsi intorpidire le dita dal gelo e ovattare la testa dai ricordi.

Il pensiero corre e ricorda, ricorda storie, e forse è tutto vero: il lupo che vince è quello che nutri.

"Hector?"

"..."

"Buon anno"

"Buon anno anche a te, cretino."

mercoledì 28 novembre 2018

Proud

La casa ad Ottawa non è troppo diversa da quella di Albany, la famiglia Scott se ne è accorta piuttosto presto, e forse questa è l'unica cosa positiva della faccenda. Ogni tanto ci si può anche dimenticare di essere scappati da un mondo di schifo, con tanta paura di una solitudine che si è tristemente avverata.
Quando Mary risponde a quella chiamata da numero sconosciuto lo fa un po' senza pensare, mentre guarda la tv.

"Ehi mom. Te ne stavi andando a dormire come una brava vecchietta o ti va di chiacchierare un po'?"
La voce tranquilla dall'altro capo del telefono gli mozza per qualche istante il fiato, ma  riesce a rispondere con una severità familiare, prima di andare letteralmente in brodo di giuggiole.

"Brendan Scott, ti pare questa l'ora di chiamare? Sei sempre il solito irresponsabile marmocchio, sono mesi che...oh bambino mio, come stai? Jo ci aveva promesso di tenerci aggiornati, ma non la sentiamo da un po' e cominciavamo a preoccuparci..."

"Che te ne pare se non ne parliamo, di Jo, ma'? Non la sento più. Sto bene e faccio quello che faccio sempre."
Il tono brusco di Brendan e quell'atteggiamento secco fanno cadere lunghi istanti di silenzio, e alla fine è il telepate a riprendere la parola e tentare di colmare distanze sempre più siderali.

"Quindi...come vanno le cose? Papà ed Hector ce l'hanno fatta a sistemarsi? L'ultima volta che vi ho sentiti mi ricordo che..."

"Tutto ok Brendan, tuo padre ce l'ha fatta, ora è a lavoro, i turni sono migliorati un po'. Le cose vanno un po' meglio."
Lo sguardo di Mary corre ad una fotografia su una mensola, una delle vecchie, quando tutto sembrava essersi sistemato: lei, Alexander, Hector, Brendan e Constantin a Philadelphia...prima della guerra. Forse appena prima del matrimonio, se li ricorda quei sorrisi e quella neve.

"Mom? Hector come sta? Non mi sembra tutto ok, quella non è la tua voce da tutto un po' meglio."

Il silenzio dall'altra parte del telefono è molto lungo, e il tono diventa concitato.
"Come pensi che possa andare tutto bene, Brendan? Tu sei chissà dove, non sappiamo se  in quel postaccio o, se sei in...Sandman..." Mary sputa via quella parola con uno schifo palpabile, e il tono si alza. "Condannato per omicidio, sequestro di persona... e noi non capiamo nulla di quello che succede davvero, nulla! Ti ascoltiamo alla radio, e solo così siamo sicuri che sei vivo. Tuo fratello non si dà pace, se ne sta tutto il giorno fuori, non studia e non lavora,  e ti pare che sia tutto ok?".

Stavolta  è Brendan che rimane in silenzio, ed è un silenzio talmente lungo che sembra quasi abbia chiuso quella telefonata.
Quando riprende a parlare, la voce è stranamente molto quieta.
"Mi dispiace. Di tutto. Se solo potessi sistemare le cose schioccando le dita lo farei, mom, ma nel frattempo sto facendo il possibile. Non è bello, non è facile, ma lo devo fare. Ne abbiamo parlato tante volte..."

Segue poi un sospiro, di quelli pesanti.
"Dici ad Hector che sto bene, e sto bene davvero: se vuole può contattarmi a questo numero, così parliamo. Non deve preoccuparsi. Sono cambiate un po' di cose, ma va tutto meravigliosamente bene.". Sembra essere  convinto della cosa, ed è una convinzione così sincera che fa sorridere Mary. "Se gli va, un po' prima di Natale possiamo vederci. Io non posso muovermi molto, ma...potremmo aggiornarci..."

"Cercheremo di scendere tutti. Promesso" Le parole escono molto più rapide del previsto. "Hai un bel po' di cose da raccontare, signorino".

Una risata, ed è una risata piena. "Non hai idea di quante. Ricorda a tutti che vi voglio bene, ok? Quello non è cambiato."

"Non ti ho cresciuto per essere così ruffiano, Brendan Scott." Stavolta è il turno di Mary di ridere, una risata che lotta per non essere liquida di lacrime. "Però ti vogliamo bene anche noi. E...Brendan?"

"Mh? Cosa?"

"Siamo tanto fieri di te."



domenica 21 ottobre 2018

Multiverso


"Cos'è?"
                                                                                    "Una torta. Coraggio, mangia."
"Ma tutta? Hai preso solo una fet..."
                                                                                    "Mangia"
"...Ma"
                                                                                      "Mangia!"



Il mondo non è un bel posto, e Brendan se ne è accorto piuttosto presto, nel momento in cui la testa gli veniva spaccata dalle sprangate di un gruppo di teppisti intraprendenti.
In effetti, il pianeta Terra, quel pianeta tra tutti, quel Multiverso tra tutti, è un posto davvero, davvero bizzarro.

E' un pianeta in cui l'esercito gira a piede libero con licenza di uccidere. E' il posto in cui donne innocenti vengono vendute a persone prive di scrupoli, e imprigionate per obiettivi disgustosi. E' il pianeta in cui si viene messi in carcere per un gene in più, dove si combatte strada per strada, centimetro per centimetro, idea per idea.
Sulla Terra la gente muore per un respiro sbagliato.


Eppure...
Su quello stesso pianeta , anche nello stesso momento forse, ci sono cose belle, ed a volte è come sentire la primavera nella testa, come se il petto si aprisse per respirare aria leggera.

Una torta divisa, un po' a forza. Entrare nuovamente in vecchi abiti.
Riuscire a guardarsi nuovamente nello specchio e non vedere solo ombre.
Il peso leggero di un gatto sul petto. Tornare a casa e accoccolarsi a qualcuno quando fa freddo. La semplice presenza, anche se non ci sono parole. Un bacio di buonanotte e la confusione di un bacio al risveglio.
Riscoprire, e riscoprirsi capaci di cose che si erano dimenticate.
Progetti in comune, e il terrore buono che viene dal rendersi conto che c'è qualcosa oltre l'orizzonte, e quel qualcosa non è solo guerra.

Forse è ora di fare pace con il passato.
Soprattutto quello, parti belle e parti brutte. Andare avanti non è una prospettiva così terribile ora.

Brendan resta sveglio e guarda Andrea, le accarezza assente i capelli, e altrettanto assente continua a sorridere.
A volte la felicità è così semplice, e sta in un singolo gesto.

domenica 9 settembre 2018

Sense of wonder

L'orologio che ha portato nel seminterrato della vecchia fabbrica che è il suo rifugio ticchetta regolare, ed è un rumore confortante.
Fuori è ancora buio: il caldo soffocante non ha però smesso di attanagliare la città e certe volte gli fa sentire la testa che gira e gli arti troppo leggeri.
Se qualcuno gli avesse detto che avrebbe passato la maggior parte del suo tempo libero sottoterra probabilmente avrebbe riso, e ridacchia tuttora al pensiero.

Chissà che tempo fa ad Houston.
La mano corre al cellulare e cerca il numero di quello che è segnato come "Signol Li" prima che si blocchi, sospiri e posi nuovamente il telefono da dove l'ha preso, con un guizzo di solitudine in più.

Ha un sacco di tempo per pensare, eppure non ha la consueta sensazione di annegare. Quell'angolino nero e ribollente c'è sempre, ma ci sono giorni in cui fa meno paura.
Ancora una volta, Brendan pensa quanto sia assurdo che l'emozione di cui si stupisce più spesso è proprio lo stupore.
E' quasi come meravigliarsi di essere vivi, e forse non è troppo diverso dalla realtà dei fatti.

Si stupisce di come si ricordi ancora come giocare sotto una pioggia che si asciuga troppo in fretta. Si stupisce quando si sveglia e ha la consapevolezza di non essere solo.
Si stupisce di sapere come si bada ai lividi,  e soprattutto si stupisce di farlo.
Si stupisce delle chiacchiere, e anche dei silenzi. Del contatto e della lontananza.
Si stupisce perchè a volte è facile come se il cuore pesasse meno di una piuma, altre volte è come inoltrarsi in un labirinto di rovi e bisogna fare tanta cautela per non graffiarsi con le spine.

Anche in quei momenti non riesce a trovare motivi che gli suggeriscano di mollare. Vale la pena continuare, in qualunque modo finisca.
Perchè è vivo, anche se continua a non riconoscersi quando si guarda allo specchio. Perchè sono vivi entrambi: forse a pezzi, ma sono vivi.
Perchè ogni tanto si dimentica del sapore di cenere in fondo alla gola.

Non si allarma quando  i sistemi d'allarme notificano pigramente un ingresso autorizzato.
Quando si gira c'è lei, e la prima cosa che vede quando si toglie il casco della Suit è una cascata di capelli scuri e  l'espressione beffarda.

Si stupisce.
E sorride.