mercoledì 9 dicembre 2020

Like real people do

"Se dovessi fare una scala da uno a dieci di cosa è peggio, penso che non esiterei." Brendan lo mormora alle magliette che sta piegando con veemenza, quasi gli avessero fatto un torto personale, scuotendo la testa come un cane bagnato. "E ora parlo anche agli oggetti. Meraviglioso. Davvero fantastico." 

 Guarda con uno sbuffo sprezzante la lista di piccoli compiti ripetitivi che si è dato per riempirsi la mente, riprende a piegare e sistemare gli abiti invernali. Si ferma ogni tanto quando la stanchezza ha la meglio e la testa ciondola, un momento appena prima che il telepate si riscuota.

Il sonno gli sfugge e forse è meglio così. Nei sogni non è mai solo.

La sensazione che rimane più a lungo è quella di essere afferrato,come trascinato da un'onda montante ed arrabbiata che lo fa svegliare con il singulto del naufrago che cerca un'ultima boccata d'aria prima di tornare con la testa sott'acqua, sicuro di non riemergere. 

Sogna spesso l'ufficio, all'Osservatorio o anche alla YGS, quello piccolo che non ha mai cambiato in tutta la sua carriera da Professore a Preside. Non importa quale sia, perché puntualmente si riempie di persone, passate e presenti. Di rimpianti, di successi. Chi ha lasciato andare, chi se ne è andato, chi è tornato o chi non è mai rimasto. Amici o nemici o estranei che non hanno mai il volto abbastanza nitido per poterli guardare negli occhi. E lo afferrano. Lo trascinano in mille direzioni, strappando abiti e pelle fino a quando di lui non rimane niente, sommerso da una marea umana che mormora e aumenta.

O corre, corre per le strade di Philadelphia, di Albany, tra le dune di un deserto bagnato dalla luce di più lune. Corre per la YGS, il Freedom Park, Ghost Road, per il parco sotterraneo di Groundwater, corre lungo Memory Lane o per le viuzze della zona industriale. Corre e non si ferma, perchè non è solo, c'è qualcuno dietro di lui ed è meglio che quel qualcuno non lo trovi mai. Corre e continua anche se sa benissimo dove arriverà, in una piazza vociante di cui continua a sentirsi gli occhi addosso.

Non smette mai di sentirsi tutti quegli sguardi ostili addosso, è la cosa peggiore.

"Ma certo che è la cosa peggiore, idiota che non sei altro, e questo ti insegna che sei un gran pezzo di coglione." E Brendan se la prende ancora con le magliette quando le posa nell'armadio con un gesto brusco. "E tutto questo perché non sai stare al tuo posto."

Il telepate si gira con uno scatto per recuperare altri abiti dalla pila dei piegati, ed è in quel preciso momento che il mal di testa, rimasto fino a quel momento in background, esplode senza preavviso. È accompagnato da un'ondata di nausea che lo fa barcollare e ringraziare sia a stomaco vuoto.

Quando riapre gli occhi non è solo. La folla dei sogni lo ha raggiunto di nuovo anche nella realtà,  riempiendo fino all'impossibile l'ambiente. Tendono le mani, decisi a trascinarlo via. Non lo aiuta la consapevolezza non siano reali. Lo sembrano.

"Andate tutti via!"


"Non di nuovo..."

I fratelli Scott si sono dati il cambio da quando è tornato da Veda, prendendosi il loro spazio nella piccola casa senza chiedere il permesso. 

A Constantine, già in cappotto e cappello, basta sentire quell'esclamazione strozzata per fare capolino nella camera. L'avvocato Scott glitcha come molti di quelli che sono tornati durante la seconda guerra di Magnus: sparisce per una frazione di secondo e riappare nel momento in cui vede il fratello addossato ad una parete, le mani avanti come se dovesse tenere a distanza qualcosa o qualcuno, impegnato a tenere a bada un nemico che evidentemente lo terrorizza, ma che non esiste.

"Brendan..." Un sospiro, ma Constantine Scott non si muove dalla porta. Ha imparato, grazie a un bel po' di emicrania, che in quel frangente è meglio non avvicinarsi.

Allo stesso tempo, l'esperienza gli ha donato un paio di assi nella manica. Batte le mani un paio di  volte, abbastanza forte da lacerare il velo che separa il telepate dalla realtà.

Brendan sobbalza e lo osserva, il fiato corto. Per un momento, un attimo solo, non lo riconosce. Batte poi le palpebre, e si riscuote quando la stanza torna vuota a parte per il fratello maggiore, che finalmente si avvicina quando lo vede abbassare le braccia, tossendo per la nausea che ancora gli avvinghia lo stomaco, lottando per riprendere fiato.

Constantine si limita a mettergli una mano sulla spalla, con cautela, lasciando che si sieda sul pavimento. Anche lui lo imita.

"Ehi. E' tutto ok, datti un momento. Non c'è nessuno qui a parte noi."

Ci vuole un altro po' per calmarsi completamente, e Brendan si strofina la faccia con le mani, appoggiando la fronte sulle ginocchia fino a quando il cuore non la smette di battere impazzito. La voce, quando riesce a parlare, è rauca.

"Puoi smetterla di fare la femminuccia. Sto bene."

"Sì, e noi siamo in una rock band." Il rampante avvocato Scott parla ormai con naturalezza di lui e della simbionte, Lady Ywain, come se fossero nati uniti. "Fammi il piacere, e permettici il lusso di mandarti a fanculo."

Il telepate non gli risponde, e e due rimangono seduti in silenzio sul pavimento, fianco a fianco. Constantine è il primo a riprendere la parola, con un cipiglio preoccupato. È un'espressione che non riesce ad abbandonargli il viso nemmeno quando sorride.

"Credi che...smetterà?"

Brendan evita lo sguardo del fratello maggiore, e alza le spalle senza sapergli rispondere. Il silenzio che segue è molto più lungo e pesante, e dopo un po' il telepate si rimette in piedi, stiracchiandosi. Constantine lo imita ancora, come un'ombra.

"Ma non te ne dovevi andare?"

Il simbionte si indica il cappotto."Sì, stavo per farlo. Sei sicuro? Posso rimanere un altro po' qui, ho portato..."

Il telepate ferma il monologo ansioso del fratello mollandogli una pacca sulla schiena e accompagnandolo alla porta, cercando di mettere insieme tutta la vivacità che può fare finta di avere.

"Lascia perdere, e torna a casa tua. Te l'ho detto, se ho bisogno di qualcosa vi chiamo, basta che chiudi la porta, ti ho detto dove mettere le chiavi. Non rimango solo per tanto..."

"Chi..."

Constantine apre la bocca per dare voce alla sua perplessità,  ma poi il viso si illumina con un barlume di comprensione quando mette insieme i pezzi.

"Ah. La rossa di ieri sera, mh? Approvo. Ha delle belle..." Si blocca chiaramente combattuto, proprio mentre sta gesticolando in maniera abbastanza eloquente. "Il servizio di Censura Simbiontica mi suggerisce di usare termini rispettosi"

Poi ghigna. "Quasi temevo ti fossi dato al celibato. Quindi, quand'è che la possiamo conoscere?"

Brendan stavolta lo spinge via oltre l'uscio, ignorando le sue proteste sonore e tutto meno che serie. "Nel tuo caso, mai. Via ora. Sciò. Ricorda la chiamata da fare con Mike."

Riesce a chiudere la porta con uno scatto e poi vi si appoggia, sospirando e ancora massaggiandosi la testa. Lo sguardo si posa sul divanetto nella cucina soggiorno, e gli scappa un sorriso, uno di quelli che in quei giorni sono rari.

Questa volta non è un balletto senza speranza. Non ha la costante sensazione di essere finito in una rete sottile che lo taglia e da cui non riesce a liberarsi, non è una passeggiata tra le spine e i rovi. Ora, anche quando ci sono onde più aspre gli sembra di essere in un mare che riesce a navigare, e stavolta accoglie quell'impressione con un senso di assoluta familiarità.

Brendan si avvicina al divanetto per sfiorarne un bracciolo e sta per accomodarsi, quasi volesse cercare ancora un po' del calore e di quella delicata parvenza di pace, quasi volesse risentire nele orecchie il battito calmo del cuore,  ma si ferma e cambia idea. 

Si allontana, torna con la sua chitarra,  ci vuole un momento per accordarla. Si siede.

Poi inizia a suonare, e per un po' dimentica tutto.

 


 







domenica 5 luglio 2020

Aphelion


Sul tavolo ha poggiato un pacchetto di sigarette, un accendino e un foglietto, e sta guardando tutto senza fare rumore.
Casa è quieta anche se non è nemmeno l'una: è il silenzio che capita nelle giornate davvero, davvero piene.

Oggi lo è stata, in un certo senso, ma la testa continua ad essere in fermento.
Ha di nuovo in mano la chitarra: non è mai stato bravissimo nè sarà mai un musicista, ma è riuscito a ricordare tutti gli accordi delle sue canzoni preferite e la cosa quasi gli riempie gli occhi di lacrime, di nuovo.
Come quando ha ricordato il nome dei suoi gatti.
Cosa ha mangiato a cena.
La strada di casa, senza sbagliare e senza dover ricorrere al navigatore.
Il suo indirizzo.
Il numero della sua compagna, di Max, di Constantine, Hector, di sua madre, di suo padre.

Pezzi più o meno importanti che riprendono il loro posto e il loro ordine, fili dell'ordito che si dipanano con chiarezza che non ricorda di aver mai avuto.
La sua vita.
C'è anche altro, qualcosa che sa di una sera umida, di sangue e metallo, ma lì la memoria si rifiuta di arrivare e non è un problema.

Ci sono pezzi che è bene vadano perduti e posti in cui è meglio non tornare.

Ma gli altri? Gli altri non glieli ruberà più nessuno.

Rabbrividendo, si alza, per andare a chiudere la finestra e posare la chitarra: lo sguardo corre verso la stanza dove Michael, quello grande, sta dormendo spossato.
Lui è una persona a sé, un uomo alto col sorriso da ragazzo, ma Brendan non riesce a resistere all'impulso di avvicinarsi, di rimboccargli le coperte zitto zitto e di riavviargli i capelli scombinati come i suoi, senza riuscirci.
Dovrebbe fargli un regalo di compleanno, anche se è passato da un po'.

Sta ancora pensando a cosa fare mentre richiude la porta, quatto quatto, andando di là a controllare un lettino debolmente illuminato da lucine gialle di Natale, appese fuori portata.
Il suo sguardo incontra quello assonnato di un marmocchietto riccio in pigiamino con i dinosauri, che tende le mani verso di lui e piagnucola un bel distinto "papà" che gli scioglie il cuore e fa stampare un sorriso sulle labbra.

"E tu che ci fai ancora sveglio, piccola peste?"

Michael, quello piccolo, sta crescendo: è alto per i suoi quasi diciotto mesi, con un sorriso contagioso e impudente che nemmeno il capriccio notturno riesce del tutto a cancellare. Si strofina gli occhi chiari, identici ai suoi, e si appoggia alla spalla del padre quando lo prende, saltellando sul posto e tornando poi a sedersi sulla stessa sedia della cucina prima che la magrezza lo tradisca.

Lo sguardo corre all'esterno, al cielo: cerca senza riuscirci il profilo di Knoxos mentre coccola e rassicura suo figlio ancora incerto tra la veglia e il sonno.
Babylon è un nome stupido.
Sbuffa una risata silenziosa, che fa sobbalzare Mike.

"Hey. E' tutto ok." Brendan lo abbraccia e lo fa saltellare sulle ginocchia. "Non ti lascerò solo, marmocchietto."

E la mente corre, limpida come non mai, va a molte cose.
A feste di compleanno con coriandoli, torte,  montagne di regali, voci e risate squillanti di bambini e cori stonati di tanti auguri a te.
A una prima bicicletta, a ruote tolte e ginocchia sbucciate.
A recite e partite di Basket e vestiti di Halloween, dolcetto o scherzetto e carote con biscotti lasciati sul piatto per Babbo Natale.
E scivoli e altalene e zainetti e compiti, favole prima di andare a dormire, piccole delusioni e gioie e il tempo che scorre.

A un matrimonio e una barca.

Al futuro. Oltre.

"Are we gonna be heroes?"
E Mike ridacchia quando Brendan gli fa il solletico, tornando ad accoccolarsi  e addomentandosi poco dopo, beato e al sicuro tra le braccia del padre che si alza per andare a buttare nel cestino le sigarette.
"Yes. I think we'll be."



Non puoi proteggere gli altri se non ti prendi cura di te stesso. E' la differenza fra l'eroe e la vittima sacrificale. Me lo hai insegnato tu.

 
 

domenica 9 febbraio 2020

Paranoia

Apri gli occhi.

La sveglia ha suonato, è l'orario giusto? Tanto vale alzarsi e iniziare a prepararsi per la giornata anche se è più presto del solito.
E' davvero l'orario che dice di essere? Controlli un altro orologio, e solo dopo averlo fatto sei tranquillo abbastanza da farti una doccia.

Sotto l'acqua la mente corre da sola e ghigni. E' stata la Gifted Alliance a far saltare i chip di mezza Philadelphia sversando siero nell'acqua corrente? Ti pare di sì, ma non lo ricordi più con sufficiente chiarezza.
E' abbastanza da far svanire il buonumore.

Andrea e Michael dormono ancora, ti vesti veloce e prepari la colazione per loro. Lasci un biglietto e vai via, non mangi.
Mandi anche un messaggio ai tuoi genitori, ai tuoi fratelli. Qualcosa di casuale, ma così capiscono che sei ancora vivo. Strano ma vero, si preoccupano ancora.

Come mai nessuno si è ancora stancato di te?

In garage incroci uno dei vicini di casa e vi salutate con un cenno. Vai verso la moto.

Non sarebbe divertente se ora, proprio ora, in questo esatto momento, tirasse fuori una pistola e sparasse quando non puoi vedere e impedire che il colpo ti faccia esplodere il cuore?
Quando ti giri il ragazzo ha già svoltato l'angolo ed è scomparso per la sua strada.

Ma se si fosse nascosto per farti un agguato?

Passi tutto il tempo fino alla scuola a controllare che nessuno ti stia seguendo.

Arrivi prima delle lezioni, hai tempo per sbrigare burocrazia varia.
E se avessero fatto un attentato? Se avessero rapito qualcuno? Tieni sempre il computer e il telefono acceso, anche quando ormai le lezioni sono iniziate. Lo controlli e ricontrolli.

Ti assicuri che tutti i professori siano lì. Matthew, Anja, Jane, Bob, li passi in rassegna, mandi perfino un messaggio a Max.
Ti dimentichi di averlo fatto e rifai tutto daccapo.
Ti incazzi.

Vai a pranzo con la tua famiglia. Ti stanno guardando strano e non te ne meravigli. Fanno bene.
Hai mangiato? Questo cibo ti fa bene? Ti stai impegnando abbastanza per loro? Stai abbastanza tempo con tuo figlio?

Come mai non si sono ancora stancati di te?

Il pomeriggio è di nuovo per la burocrazia.
Il giardino avrà abbastanza misure di sicurezza? Avranno già piazzato bombe quando non state facendo attenzione? L'inaugurazione andrà bene?

E' più semplice prepararsi per il peggio.
Chiuderanno la Scuola con un pretesto di questo passo. Controlli che i fondi ci siano ancora. Controlli che al Doubter non abbiano scritto niente di nuovo.

Ti dimentichi quello che hai fatto, lo rifai.
Ti incazzi quando te ne accorgi.

Torni a casa dopo cena. Deve esserci qualcosa nel frigo per te ma non hai fame. Te la cavi con una scusa.
Controlli che le finestre siano ancora sicure. Controlli la porta e lo rifai dopo poco quando ti dimentichi.
Andrea ti ferma quando stai per controllare le finestre per la seconda volta.

Passi un po' di tempo con tuo figlio e ti meravigli di quanto stia imparando. Quando si addormenta vi avviate verso il letto.

Michael capirà perchè non ci sei tutto il giorno per lui? Ti odierà per questo o penserà che non ti sei impegnato abbastanza?
E cosa può fare Andrea di te? Di una persona come te, di un buono a nulla: la promessa di non morire non gliela hai mantenuta, anche se poi sei tornato indietro.

Sei un buon padre? Sei un buon compagno? Sei un buon amico, un buon professore, un buon preside, una buona guida?
Perfino Max inizia a dubitarlo, tu lo sai, lo hai visto da come ti parla. Ne sei certo.

Ne sei certo?

Ti stupisce, veramente, che non si siano già stancati di te.

Chiudi gli occhi.





mercoledì 27 novembre 2019

Learn to be better

Mike;

Spero di poterti io dare questi diari, un giorno, o di parlartene io stesso. L'ho promesso a qualcuno di importante, niente più orfani.
E' una delle tante promesse che intendo mantenere. Non voglio morire di nuovo.

Posso immaginare che tipo di uomo sarai, chiudo gli occhi e posso vederlo anche se presto non lo ricorderò, e sono già tanto, tanto fiero di te. Sappi che sei amato, lo sarai sempre anche se temo tu sia un Ross quando si parla di stare a sentire gli altri.
Non tutti sono perfetti, mh?

Ho poche parole per te in realtà. Qualche consiglio, e molti esempi. Troverai ritagli di giornale, fotografie qui dentro, tutto quello che serve per farti una tua idea.

Impara a proteggere gli altri; le tue spalle sono salde, molto più forti di quanto tu possa immaginare. Possono reggere il peso del mondo, come Atlante, ma ricorda sempre di non seguire il suo esempio.

Proteggere non significa restare soli. E' una tentazione che verrà questa, ci saranno momenti in cui ti sentirai lontano e non usciranno parole quando apri la bocca. Non lasciare che questo ti impedisca di crescere, quello non si smette mai davvero di fare.

Scegli la tua famiglia e sii leale. La lealtà è come la compassione, sono due armi potenti che devi scegliere come usare. Non essere mai cieco, figlio mio, non sei un cane. Usa quel cervello che ti ritrovi, ma non lasciare mai che prenda il sopravvento e ti inaridisca il cuore.

Non abbandonare mai la speranza, nemmeno quando tutto si fa buio, quando pensi che tutto sia perduto e che il mondo si sia fatto violento.

Il mondo è sempre stato violento.

Ci saranno sempre storie di mostri dagli occhi rossi d'ira che girano per le strade e storie di chi soccombe con le proprie idee a fior di labbra, un cuore mangiato e un proiettile nella nuca.
Ci saranno sempre momenti in cui la tua stessa rabbia esploderà, buon sangue non mente, impara a trasformarla in qualcosa di utile, perchè non sei solo al mondo, e non parlo dei tuoi affetti.

Vivi in un mondo complicato, e tieni conto di questo. Ti guarderanno con mille occhi diversi e di rado amichevoli.
La gente cercherà sempre di giustificare il proprio odio, qualcuno in modo più scintillante  e patinato di altri; non ascoltarli.


Quando ti viene voglia di seguire la strada più semplice guarda avanti e ricorda: il futuro non è stato ancora scritto e hai voce in capitolo finchè potrai parlare, e anche oltre se qualcuno si ricorderà di te. Puoi scegliere cosa portare avanti. Stringi i denti, ce la puoi fare.

Sii il cambiamento.

E sii migliore di me, figlio mio, infinitamente migliore.
Ama, e sii felice. E' tutto quello che desidero per te.

                                                                                            Ti voglio bene;
                                                                                                        Papà

martedì 19 novembre 2019

Hope is the only thing

Panico.

Brendan si sveglia in modo violento, immerso nel buio, quando il sogno che ha fatto lo fa finire dal letto a terra, il braccio ferito che impatta dolorosamente contro la superficie fresca del pavimento.

-Porc...
Serra le labbra per non farsi sentire, chiude gli occhi e aspetta a denti stretti che la prima ondata di agonia passi, maledicendo mentalmente il Morkghan, i suoi artigli e il fatto che si sia dimenticato di non essere più a zero-g.
Gli ci vuole un attimo, ma alla fine si sporge per controllare che Andrea stia ancora dormendo: miracolosamente, per una volta, sembra essere proprio così.
Si perde un po' ad osservarla, ne osserva il profilo e i capelli scuri, gli sfugge il sorriso un po' scemo degli innamorati.

Anche gli altri sono ancora nel mondo dei sogni: i gatti dormono nelle ceste e Michael è spaparanzato nella sua culletta.
Il telepate si alza, ancora dolorante, solo per raggiungerlo e sistemare affettuoso la copertina, si china per sfiorare i ricci scuri del figlio con un bacio leggero che non gli fa fare nemmeno una smorfia.

Poi va in bagno per cercare di togliere il tutore e controllare che nessuno dei punti si sia allentato. Il fatto che sulle bende vi siano poche, sparse macchioline di sangue gli fa tirare un sospiro di sollievo, e si appoggia con la schiena contro il lavandino, tentando di rimettere tutto a posto e digrignando i denti di nuovo.

Non gli resta da fare molto, se non aspettare che il dolore passi abbastanza da permettergli di tornare a letto.

Brendan ha idee piuttosto chiare di cosa fare per passare il tempo.

Si assicura che tutti stiano ancora dormendo prima di svignarsela in cucina, in mente l'idea di aprire la finestra, sporgersi sulla piccola balconata e accendersi una sigaretta. Si rende conto pigramente di aver finito il secondo pacchetto della giornata. Forse il terzo, non lo ricorda.

Usare l'accendino con la mano sinistra è difficile, ma non impossibile.
Presto il telepate si ferma ad osservare la strada di una Philadelphia ancora sonnacchiosa, il gelo della notte che gli fa scappare un brivido, come unico conforto il fumo tiepido che gli riempie i polmoni e ogni tanto lo fa tossire, o magari i colpevoli sono proprio i polmoni malandati.
Ha scoperto di non volerlo sapere.

Un soffio di aria fredda gli investe il viso: di riflesso si tende come in attesa di qualcosa, una speranza assurda e vana che gli lascia l'amaro in bocca, non tanto diverso dal vecchio sapore di ceneri.
Per un attimo spera che le cose possano ancora cambiare, che la memoria, i sogni e la salute possano tornare intatti e che i desideri possano essere esauditi dalla più strana e generosa delle coincidenze.

Una volta è successo, quindi perchè non sperare che succeda ancora?
Con un piccolo bonus, magari, e i cattivi della storia ridotti in pietra come i troll litigiosi ai primi raggi del sole.

La speranza è dura a morire, e quella di Brendan Scott è un po' come lui.
Giù infinite volte, muore e risorge, si tende, si tira, si aggroviglia, si riempie di spine e di vuoti e di punti morti e bui fino a sembrare tutt'altra cosa rispetto al germoglio da cui era partita.
Eppure resiste, esiste, abbarbicata con la forza di un'erbaccia infestante ad un muro, incollata fino a quando il muro stesso non sarà polvere e oltre ancora.

Fino a quando non sarà come quelle parole che si ripetono talmente tante volte da sembrare accozzaglie senza alcun significato.
E ancora.
E ancora.


-Ahi!
Con un'esclamazione lascia andare la cicca che gli ha bruciato le dita, guardandola cadere verso il marciapiede lontano, fissandola ancora per lunghi istanti prima di chiudere la finestra della cucina con un altro brivido.
Il braccio ferito pulsa ancora in maniera sorda. Decide alla fine di prendere qualcosa per il dolore, almeno per riposare quel paio di ore che rimangono prima che la giornata inizi.

Dormire no.
Gli ha sempre rammentato qualcosa di troppo simile alla morte, ma stavolta sa di avere un vantaggio: sa per esperienza che la morte non si ricorda.

Brendan Scott torna a letto, mormora una scusa.
Un bacio sonnolento, un abbraccio, e si ritrova a fissare la parete.



domenica 6 ottobre 2019

Abbi il coraggio

«Ancora l'espressione brilla di quel che da animale in trappola. Si becca la spallata, anche se riesce di nuovo a difendersi con il suo scudo metallico, finendo contro il muro dell'edificio e tossendo» Coraggio. Abbi il coraggio Rage, e sii uomo, non il patetico bambino che sto vedendo, nascosto dietro una corazza più grande di lui. Abbi il coraggio di prenderti le responsabilità del tuo gesto e delle tue parole. «Lo sfida con un che di disperato, iniziando di nuovo a concentrarsi sullo stesso cassonetto.»

venerdì 23 agosto 2019

Nothing gold can stay

Di solito in ospedale il limite tra sogno e veglia riesce a farsi confuso, una linea sottile il cui unico vero discrimine è la mancanza di dolore. Questo lo sa bene.

Ora no.

Ora Brendan si è reso conto di star sognando non appena ha chiuso gli occhi, è come essere sulle rive di un lago sotterraneo e immobile, in un posto che è troppo buio per indovinare.
Abbassa lo sguardo quando si rende conto di non essere solo, quando percepisce una presenza minuta al suo fianco.
"Oh...hello?"

E' un bambino, non deve avere più di cinque anni. Capelli neri e corti che si indovinano ricci, occhiali  da vista dalla montatura di plastica colorata e dietro grandi occhi azzurri, occhi che anche nel sogno per un attimo gli rendono difficile respirare, come se un coltello gli si fosse conficcato nel fianco.
Occhi che ha visto in una fotografia ormai persa, occhi che ha sognato. Più e più e più volte, quando i bei sogni erano ancora peggio degli incubi più neri.

"Where are we going?"
Non si ribella quando il figlio che non ha mai davvero conosciuto lo prende per mano, sorridendo sbruffone, portandolo verso il centro del lago: camminano sopra un'acqua scura, lucida e riflettente come un pavimento di ossidiana, senza fare alcun rumore o muovere un'onda.
Brendan si gira di scatto quando, arrivati al centro, il bambino gli lascia la mano all'improvviso.

"...Dove vai, io..."
Ma Matthew, Alexander o forse entrambi già non c'è più, scomparso nel nulla da cui è venuto. Il telepate si guarda intorno, ma intorno a lui non c'è più anima viva, e non resta altro che sedersi sull'acqua che sembra un pavimento, a gambe incrociate.

Aspetta.

"Ci hai messo anche troppo."
Quando abbassa lo sguardo per cercare il suo riflesso l'immagine che gli restituisce lo sguardo è diversa.
Il sé dell'altra dimensione è quasi come se lo ricorda. Snello ma non troppo magro, sano, senza occhiaie e con solo qualche filo grigio tra i ricci, senza pizzetto, meno cicatrici e addosso vestiti colorati che un tempo anche lui amava portare. È giovane come lui non lo sarà mai più.

E' diversa anche l'espressione: il sorriso è beffardo e negli occhi si è infiltrata una durezza di chi il metallo se lo è fatto scendere fin nell'anima, liquido e velenoso come il mercurio.
E' una durezza che riconosce.

"Non ti è bastato quello che hai fatto?"
Il Brendan dell'altra dimensione, quello che ha fatto di tutto per proteggere il suo mondo a discapito del loro durante il periodo della collisione, quello che non avrebbe esitato un secondo ad ucciderlo per questo, ride di una risata molto aspra.

"Quello che io ho fatto a chi esattamente? Non basta quello che tu hai fatto a te stesso, piuttosto?"
Il doppio lo indica, continuando a sogghignare. "Guardati. Sei patetico, Brendan Scott. Sei patetico e lo sai."

 Brendan ringhia, un ringhio che arriva dal profondo del petto e anche nel sogno gli fa vibrare dolorosamente le costole spezzate, ma si trova incredibilmente a corto di parole.

"Che cosa vuoi da me?"

"Just checking out. Ogni tanto non posso  controllare come vanno le cose?" La voce dell'altro Brendan è allegra, quel sorriso non ha mai nemmeno tremato.
"Non devi odiarmi, sai." Finalmente l'altro si fa più serio. "Ho fatto quello che dovevo. Quello che pensavo potesse essere giusto."

La sua voce, quella che gli esce dalle labbra, vibra invece di rabbia. "Pensavi potesse essere giusto ammazzare miliardi di persone? Sei stato tu che hai perso."

Il doppio inarca le sopracciglia, scettico e sarcastico. "Ma davvero?" Di nuovo ride.
"Sai bene che a me non piace prendere rischi e non amo le mezze misure. E la speranza che ti ha portato fin qui é questo. Un rischio."

Il sorriso del doppio mostra tutti i denti, è un sorriso accattivante.
"La verità, Brendan Scott, è che non hai le palle. Se pensi che qualcosa cambierà con quella tua stupida scuola del cazzo...ti sbagli. Di nuovo, lo sai anche meglio di me che siete lontani solo un giorno sbagliato dal tornare i cattivi. La gente ascolta l'odio di chi vi ha pestato, ascolta la paura che seminano col sangue. E che cosa fate voi? Lezioni e al massimo qualche dibattito in tv. Ti rendi conto? Guardati. Sembri una candela consumata. Quanto ancora pensi di poter andare avanti?"

Brendan chiude le mani a pugno, ed trova quasi strano come nei sogni si senta il dolore della realtà.
"È qui che ti sbagli. Perché finché resterà qualcosa per cui combattere lo farò, e non come pensi.  È il futuro che stiamo costruendo. Ed è normale che ci sia la paura, ma si combatte con l'esempio".

"Ah sì? Il futuro?"
L'altro Brendan agita noncurante una mano, e compaiono altri due riflessi che si tengono per mano. Il bambino con gli occhiali, e un altro della stessa età  che un poco gli somiglia. Gli occhi stavolta verdi hanno la stessa forma, è più alto e robusto  dell'altro, senza occhiali, i ricci neri e  la pelle del colore di Andrea,  ma il sorriso sicuro in entrambi  è identico.

"Lascia i miei figli fuori da questa storia!" Brendan furioso molla il pugno alla superficie fredda, che si increspa come acqua senza che tocchi l'altro.
Lui ride.

"Michael sarà proprio un bravo bambino, sai." Nonostante il sorriso del doppio si sia addolcito c'è un sottofondo perfido che si sta facendo sempre più spazio.
"...Se non muore come il tuo Alexander senza che tu riesca a fare qualcosa in merito, ridicolo ometto che non sei altro. Come pensi di potergli essere da esempio? Quanto pensi che ci vorrà prima che crolli tutto di nuovo? Because nothing gold can stay, so che sai anche questo."

Brendan non sa se le lacrime che gli pungono gli occhi siano reali o meno. La voce che gli esce è malferma come non è quasi mai stata di fronte alle tragedie.
"Stop it. Just...stop. Cosa dovrei fare secondo te, mh?"

"Mi sorprendi. Sai meglio di me cosa fare. Con il Kingdom, con quei terroristi...la risposta è lì ad un passo."

Da accattivante il sorriso dell'altro diventa sinistro, quasi innaturale nella sua soddisfazione .
"Mi hai sentito, Brendan. La speranza é un rischio. Finché ti ci aggrapperai sarai a galla su una barca che affonda.  E loro vinceranno. Vinceranno sempre perché non hai saputo essere come meriti. Essere come me." Il sorriso è diventato una smorfia affilata e crudele.
"Un vincente."

"VATTENE VIA!" Stavolta non si limita a ruggire: si lancia contro quel riflesso con tutto il suo corpo e con tutta la sua rabbia.

Invece di toccare una superficie dura il suo corpo si infrange contro un'acqua densa come catrame, di un gelo che gli fa dolere le ossa.
Il suo doppio ride mentre affonda, ride e ride ancora quando tutto intorno si fa buio, sente ancora la sua risata nelle orecchie quando si risveglia in ospedale con una violenza che spaventa l'infermiera lì per cambiare una flebo.

Forse sono le ferite, ma ancora si sente i polmoni pieni di acqua.