sabato 24 febbraio 2018

Rebound

La prima cosa che fa dopo aver cercato Flora ed Alex, dopo aver impedito loro all'ultimo secondo, con un abbraccio spaccaossa, di uscire dal territorio sicuro di Groundwater con la disperazione di chi presagisce altre disgrazie, è quella di portarli al sicuro.

Il seminterrato della fabbrica che ha scelto come rifugio è intiepidito dalla stufa che è riuscito a rimediare, e i due bambini si addormentano subito, stremati da due giorni di ansia e lacrime.
Brendan, invece, non chiude occhio, il cosmo ancora negli occhi e la mano che va al collo, a tirare un collare invisibile, a tenere insieme la polvere.

Effie. La ragazza coi capelli mezzi rasati, l'altra ragazza. Il medico. Climber.
Gli altri torneranno. Torneranno, davvero?
Eppure era sicuro fosse passata una settimana. Davvero il buio e il terrore dilatano così tanto la percezione del tempo?
Che cosa ha visto davvero?
Gli fa male la testa, ma è un dolore sopportabile, si sente debole come un gattino. Ma non importa.
Non sa se puzza di discarica o sa ancora di profumo. La doccia bollente permette di schiarirgli un po' i pensieri.
Dopo comincia ad impacchettare cioccolato, tutto il cioccolato che ha. Non si sa mai in fondo.

Di due cose è sicuro.

Ammazzerà Genosha.
E troverà l'Uomo Falco.


Le mie mani intorno alle vostre gole, stronzi.




domenica 28 gennaio 2018

Fred Astaire


 We are always happy.

Quando torna  all'Underground Base Brendan ha ancora gli occhi pieni di lucciole, le narici impastate dal profumo di troppi fiori che Flora ha fatto comparire all'Edificio, le orecchie piene di musica.
Ancora accenna qualche passo di ballo, canticchiando tra sè e sè, facendo finta di schivare pozzanghere inesistenti che ha evitato lungo la strada per arrivare a Groundwater, accennando qualche passo di tiptap con un ombrello immaginario.

Sulle mani, sui vestiti ha ancora il calore di una ragazza con i capelli rossi con cui ha ballato sfidando il ritmo di una canzone e prendendo in giro gli altri.
Sulla lingua ha ancora il sapore amaro di abbracci mancati e lontani e del ricordo di capelli neri che sventagliano l'aria. Gli angoli delle labbra gli fanno male per i sorrisi che ha dovuto forzare.

Cammina leggero come chi non ha un pensiero al mondo, o forse come chi è abituato a muoversi ormai in punta di piedi nel suo stesso universo.
Quando torna nel suo alloggio controlla come prima cosa un vecchio cellulare muto, e poi si volta ad osservare facce conosciute e sorridenti che lo osservano da dietro un vetro e oltre il muro del tempo. Il senso di calore che lo invade è così sbagliato da fargli male.


 You still hope. 'Cause that's your nature, you're like me, and we do not give up hope. But... «Le spalle si scrollano.» Everything looks damaged.

Nelle fotografie non c'è danno.
Brendan posa la chitarra accanto ad una parete e prende quella davanti a tutte.
Avevano ballato un sacco il giorno del loro matrimonio. Era stato un giorno di festa come quello, ma quante facce non c'erano più, e quante altre erano cambiate?
Un sospiro, uno di quelli pesanti. Quel giorno c'era stata la neve.

Il maltempo sembrava aver segnato ogni tappa, dai baci timidi sotto un ombrello improvvisato alle volte in cui ascoltavano la pioggia cadere stesi a letto, certi di essere in un nido sicuro.

Brendan ha ancora i capelli umidi di pioggia. E' una pioggia fredda quella, piena di ricordi e della fatica di essere quello che non è, chi non è, giorno dopo giorno dopo giorno.

Il rumore di un messaggio gli fa posare la fotografia, la mano corre al cellulare ancora prima che il cuore sussulti.
Non gli ci vuole molto, forse niente a leggerlo, gli occhi stanchi che fanno avanti e indietro su quelle due parole.


Con calma, Brendan posa il cellulare sul comodino.
Senza preavviso tutte le fotografie di tempi andati vengono scaraventate a terra da un gesto furioso del suo braccio che spazza la scrivania.

Il fragore di vetri infranti si sente anche fuori dall'alloggio.
Quando anche l'ultimo vetro si è spezzato, il respiro affannoso come se avesse corso, Brendan si gira semplicemente per andare a prendere una busta della spazzatura e cominciare a pulire fino a mattina inoltrata.





domenica 31 dicembre 2017

And a happy new year


Sta tenendo da così tanto tempo le mani sotto l'acqua fredda che ha perso sensibilità, e strofinarle tra loro per togliere ogni residuo di polvere  della Desert City sta diventando un insieme di gesti goffi.

 Per avere le mani pulite devi contare fino a dieci. Da bravo, Brendan. Conta fino a dieci...

-Uno, due...
Non si è nemmeno reso conto di contare, a bassa voce, come gli aveva insegnato a fare sua madre. In realtà non si è nemmeno reso conto di aver ricominciato  per la terza volta.


-Che cazzo ci fate qui, comunque? Non vi aspettavo. Cioè, non è manco momento di viaggiare.

-Siamo venuti a dare una mano, che domande!
 Le parole tranquille di Hector lo fanno inciampare tra le valigie, e resta a guardare i suoi due fratelli, maggiore e minore, che hanno lo stesso identico sorriso consapevole stampato in faccia.
-Io sono un medico, ho l'impressione che finirà per servirci un botto. E Stan...- Il ragazzo esita un attimo, stringendo le labbra. -Viene qui per quello che è.

E sotto i suoi occhi allibiti, l'uomo annuisce. 
-Gliel'ho dovuto dire. E combatteremo, io e Ywain. Non è più il tempo di stare in silenzio. Saremo al tuo fianco...tutti e tre.

-Tre...quattro...

Stanno facendo tardi, ma per qualche motivo gliene importa ben poco.
Si sta vestendo di tutta fretta con la Suit, pronto a correre ancora una volta e immergersi in una giornata piena di punti interrogativi, ma il tepore quieto di casa sua è allettante.
Gli occhi corrono inevitabilmente sulla figura morbida di Josephine, sui capelli scuri, sugli occhi che ora lo scrutano perplessi, sul broncio che ha messo su al proseguire di una discussione già interrotta da baci furiosi.

-Fai attenzione al White, ok? Ci sono stati alcuni avvistamenti che non mi piacciono in zona.

Lo sbuffo di Josephine sposta la frangetta, sollevando le ciocche, ma la donna sta sorridendo.
-Ancora? Non ti preoccupare, faccio attenzione. C'è John con me, non ti ricordi? E non fare quella faccia...solo perchè sono incinta non vuol dire che non posso muovermi, no? Non sono malata...voglio solo vedere come vanno le cose!

Brendan sospira, allungandosi per rubarle un altro bacio, una carezza al ventre che già comincia ad arrotondarsi, lentamente.
-Mi mancherete un sacco per queste...due ore? E dici a John che se vi succede qualcosa lo strozzo!

Si becca il successivo scappellotto dietro la nuca con una risata che non si spegne nemmeno all'ennesimo bacio.

-Cinque, sei...


Non ha intenzione di andarsene senza combattere, se questo è il suo destino. Lo Psych Blast, la sua arma, è in frantumi tra le sue mani. La testa gli scoppia.
Brendan vede con la coda dell'occhio Constantine che lo affianca: Constantine nella sua forma di bianca creatura quasi luminescente, la testa allungata come la fiamma di una candela.
Ha imparato in fretta a combattere, come se fosse nel suo sangue da sempre: Lady Ywain, la Luce dei Giusti, guida le azioni di un sempre più stanco avvocato Scott tutte le volte che quei candidi filamenti ricoprono la sua pelle.

Sono in trappola e lui non riesce più ad alzarsi. Il rombo della grande battaglia nella Old City, vicino ad una YGS che brucia, si è trasformato nel rombo del suo cuore che si impegna a battere quel poco sangue che gli resta.
Qualcuno lo sta prendendo per le ascelle e lo trascina al sicuro, dietro una macchina. Negli occhi luminescenti della creatura riesce ancora a vedere la preoccupazione di suo fratello maggiore, quello che un tempo odiava, quello che si era trasformato davanti a lui un giorno di fine estate, in uno squallido appartamento di Albany.

-Ce la fai a resistere? 

-Non...lo so. Stan, non ce la facciamo a raggiungere gli altri, io...

Il simbionte lo zittisce con un gesto della mano affusolata, gli occhi fissi sul fronte nemico in avvicinamento.
-Io ho un'idea. Aspettami qui...e resta nascosto.

-Non fare cazzate...Stan, non...

Gli avevano detto che in punto di morte la vita scorre davanti, ma quello che può vedere da dietro l'auto è una figura  brillante che piomba come una freccia tra armate nemiche ed aliene, prima che quel candore faccia spazio al buio dell'incoscienza.
Nelle orecchie, il fragore di un'ultima grandiosa esplosione.

Quando lo ritrovano la sua vita è appesa ad un filo per l'ennesima volta, tra le mani stringe lo Psych Blast spezzato.
Di Constantine invece ritrovano solo qualche pezzo, sotto le macerie del palazzo che aveva fatto esplodere ostruendo il passaggio delle forze nemiche.



-...sette, otto...

Le notizie in televisione gli arrivano ovattate e il gelo sceso nelle ossa non è quello della temperatura in una casa sconvolta da quella che sembra una fuga.
Un'ultima occhiata, un ultimo bacio salato, un'ultima carezza. Nella mente non abbastanza potere da alzare una forchetta, un mal di testa perenne che gli strazia le tempie.
Brendan fa in fretta a correre via, nella testa ancora la voce della telecronista che elenca le norme delle nuove stringenti leggi sui superumani, il cuore stretto in una morsa.

Aveva cominciato a sentire allora il sapore di cenere in fondo alla gola, e non se ne era più andato.

-...nove...dieci.


Ecco. Dieci secondi passati, altri dieci, e le sue mani sono arrossate. Se le guarda, rigirandole alla luce artificiale dei neon nella base, la mente che fatica a tornare al presente.
Stringe le labbra e prende un respiro profondo.
Tra qualche ora passerà un altro anno.
Non sa perchè ma riesce ancora a trovare qualcosa che assomiglia alla speranza in fondo ad un cuore fragile come vetro, braci che dormono sotto uno strato spesso di ricordi.

Non sa nemmeno lui da dove venga quell'ottimismo, non ricorda la musica venire dal nulla come in un sogno, non rammenta una ciocca donata a qualcuno di poco diverso da un fantasma venuto dal passato.
Brendan però sa che continuerà a combattere. Se non per lui, per quelli che verranno.

Forse non siamo i pilastri, ma i meri ingegneri per quelli che sosterranno il futuro che verrà. Forse un giorno dalle macerie si costruirà qualcosa di buono, ed è compito nostro fare in modo che avvenga.

Tra poco passerà un altro anno, sì. Altri ricordi, altro dolore.
Ma lui combatterà.

Per Josephine e i loro sogni mai avverati.
Per la sua famiglia e il ricordo di giorni felici.
Per Max con l'anello piumato all'anulare.
Per Connor e il ghiaccio intorno al suo cuore.
Per Cole e Mark nei loro paradisi artificiali.
Per Arthur, per i frammenti che ne restano.
Per John e l'uomo saldo che è diventato, anche sotto la maschera che è costretto a portare.
Per Vadir e i suoi bambini, per Isabelle, per Routh.
Per tutti gli Alex, per tutte le Flora del passato, presente e futuro.
Per i vivi, e per i loro morti.

Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci.

Quando guarda l'uomo al di là dello specchio sta sorridendo. Ma è un'espressione feroce.
L'acqua continua a scorrere mentre lui torna a contare per la quarta volta, abbassando lo sguardo sulle mani nuovamente insaponate.


martedì 26 dicembre 2017

Storyteller

Quando si sveglia si accorge di avere sapore di cenere in bocca.
Il suo sogno di luce gli si sfalda davanti: digrigna i denti, scava tacche nel labbro inferiore.
Il dolore pungente gli conferma che sì, è sveglio.

Vorrebbe solo chiudere gli occhi e dormire ancora, ma è già tutto troppo lontano, nel mondo delle cose fantastiche, forse in un'altra dimensione.

Allora mette i piedi a terra e si alza.
Trascorre un altro giorno danzando sull'orlo dell'abisso.
Rincorrendo quell'unico, glorioso sogno di luce.







lunedì 5 giugno 2017

Good things come to those who wait

Philadelphia, 15 ottobre 2040, ore 8.00

Buongiorno telespettatori, e benvenuti alle previsioni del tempo. Sembra che le temperature non abbiano intenzione di scendere. Un'estate prolungata sta...

Brendan spense la televisione con un gesto pigro, continuando ad apparecchiare accuratamente la tavola per una colazione ritardata. Quell'ottobre era cominciato nel migliore dei modi, temperature alte e gradevoli gli avevano permesso di indossare le sue amate e assurde camicie ancora per un po', come quella che aveva addosso ora: una fantasia a pinguini che stonava tanto con i suoi quarantadue anni e i capelli grigi, sulla via di diventare bianchi nonostante fosse ancora giovane.
La luce del mattino era ancora gradevole, soffusa, e riempiva la loro bella casa nel cuore della Old City di una festa dorata. Tutto era quiete a televisore spento. Quasi tutto.

"Ethan, ti ho visto! Non osare mettere le tue manacce sui pancake prima di essertele lavate!"

"Mamma! E dai!"

Il rimprovero di Josephine al loro secondo figlio quattordicenne, che si era avvicinato alla cucina con la rapidità  che la sua mutazione gli aveva donato, lo fece sorridere sotto i baffi. Brendan gli diede uno scappellotto mentre passava per recuperare il vassoio con i pancake incriminati, facendolo lamentare.

"Devi imparare ad essere più furtivo. Sei velocissimo, ma probabilmente un elefante in una cristalleria fa meno rumore. Stai continuando ad allenarti con Mark?"
Ethan aveva ereditato il broncio e il rossore facile in zona guance dalla madre.

"Ma papà! Sono migliorato! Il preside Willson ha detto che..."
La protesta di Ethan scivolò nel vuoto quando un pancake, dal vassoio che era stato appena posato sulla tavola, cominciò a galleggiare pigramente, diretto verso un punto indefinito alle loro spalle, seguito dagli occhi stanchi degli anziani animali di casa.

"Questo è migliorare, schiappa."
Alexander, il maggiore, si stava avvicinando ai sedici anni e il sorriso da faccia di bronzo era tutto suo padre. Senza saperlo assomigliava in modo quasi doloroso, occhiali a parte, a Matthew, il figlio dell'altra dimensione, la cui unica foto, lasciata dal Brendan e Josephine alternativi, si era confusa con quelle della sua infanzia.

Era così concentrato a far levitare il pancake verso di lui che non si accorse nemmeno della madre che, caraffa piena di succo di frutta in mano, si era schiarita la voce in modo così perentorio da far assumere un'identica espressione colpevole a Brendan ed Ethan, che si erano fissati a disagio.

Alexander invece non aveva smesso il ghigno da volpe.
"Che c'è? Non sto mettendo le mie manacce su niente."

E, con aria di trionfo, aprì la bocca, pronto a prendere il primo morso di pancake volante, dandogli un ultimo incauto strattone.
Sciaff.

Il suono del colpo di pancake alla faccia del giovane telecineta dissolse quella tensione sotterranea, facendo ridere tutti e stampando sulle orecchie del ragazzo un bel colore rosso acceso.


"Chi è la schiappa ora, perdente?"
Il tono cantilenante di Ethan fece ringhiare di rabbia Alexander, che, gli occhiali  ancora tutti storti, si lanciò sul fratello minore pronto a dare battaglia ,venendo schivato senza alcun problema e dando vita ad un curioso balletto nei pressi del tavolo della colazione.

*Se non la smettete in questo esatto istante stasera vi scordate di andare a dormire con i ragazzi da zio Max*
Bastò una comunicazione telepatica e perentoria di Brendan, rivolta a tutti e tre, a far cessare subito le ostilità. Lui e Jo si batterono furtivamente un cinque mentre i due ragazzi più grandi si sedevano intorno al tavolo, brontolando, seguiti dagli occhi svegli di Albert e Stephen.

"Siete infantili..."

"...e fate chiasso."

Da bravi gemelli, i due dodicenni non mancavano mai di completare le loro frasi a vicenda. L'immagine speculare l'uno dell'altro, identici al padre fino all'ultimo riccio, si erano già seduti, vestiti in modo formale e lievemente maniacale.
Nessun potere per loro, se non un'intelligenza da oscurare quasi quella della madre e la mania per l'ordine ereditata da Brendan. Stavano leggendo già a quell'ora del mattino, seri come professorini, bevendo con gesti paradossalmente sincronizzati il loro latte con cacao.

La variegata ciurma Foster Scott era quasi al completo, con Alexander ed Ethan che ora avevano preso a ridere per chissà cosa mentre i due gemelli facevano colazione in silenzio, e Brendan scrutò i suoi figli con un sorriso soddisfatto.
Mancava solo qualcuno all'appello, una persona sola in verità, e Jo si avvicinò alle scale che portavano alle stanze da letto, al piano superiore, chiamando a gran voce.

"Dorothy! La colazione! Su che dobbiamo andare a prendere i nonni in aeroporto, lo sai che non possiamo fare tardi! Non farmi salire!"
Nessuna risposta, e la donna, che Brendan ancora si sorprendeva a guardare con lo stesso amore e lo stesso incanto dei suoi ventisei anni, si voltò verso di lui, con uno sbuffo.

"Vai a vedere che sta combinando? Io finisco di prepararmi, visto che qualche Scott a caso di mattina riesce sempre a farmi perdere tempo..."
Brendan riuscì a rubare alla moglie un bacio piuttosto promettente e un risolino malizioso, prima di salire le scale rapido,  diretto verso la camera della loro unica figlia femmina, l'ultimogenita, bussando sulla porta decorata.

"Posso entrare, sei sveglia, honey? Perchè non scendi?"
Nessuna risposta da parte della piccola che, a nove anni, cominciava a crescere e protestare ogni volta che qualcuno cercava di entrare non annunciato nella sua cameretta.
La stranezza della cosa fece immediatamente preoccupare il telepate, che si affacciò nella stanza con un'espressione assai apprensiva.

Dentro era buio, si distinguevano appena le sagome dei libri di scuola, della scrivania e dei pupazzi. Brendan accese la luce guardandosi intorno perplesso, e quasi gli venne un infarto quando vide il letto vuoto e sfatto, senza coperte.
"...honey?"

"Spegni la luce!"
Il lamento della sua figlia più piccola lo riempì in eugual modo di timore e sollievo, e si avvicinò al letto, scoprendo la bambina seduta a terra tra le coperte, abbracciata all'ormai vecchio Prof che, ormai, era più peluche che gatto, e come al solito faceva sonore fusa.

"Dorothy, cosa succ..."

"La luce!"
Quella protesta dolorante coprì all'istante ventisei anni di tempo e spazio, e Brendan ebbe un lampo improvviso: se stesso sedicenne accartocciato sul pavimento, la testa nascosta sotto le coperte e sua madre che sbraitava. Senza dire niente si precipitò a spegnere la luce, facendo ripiombare la stanza nel buio e andando un po' a tentoni verso la figlia, accomodandosi poi accanto a lei, aspettando.

Brendan sospirò di sollievo quando fu lei stessa ad avvicinarsi e posargli la testa sulla spalla, abbracciandolo.
"Mi fa male la testa."

"Lo so. L'ho capito."

"Papà, che mi sta succedendo?" La voce di Dorothy era ancora quella della bambina spaventata che appena qualche anno prima scivolava nel lettone durante le notti di tempesta. "Perchè così spesso? E' normale?"

Il telepate guardò la figlia ancora più sospettoso. Tra tutti era Dorothy quella che non si lamentava mai.

"Da quanto?"

La bambina sembrò imbarazzata, e lo abbracciò ancora più forte, affondando la testa sulla sua spalla.
"Non lo so. Un pochino." Di nuovo restò in silenzio per un po', tesa come una corda di violino, e Brendan lo poteva sentire nell'abbraccio.
Il telepate aspettò che fosse lei a parlare, la più orgogliosa della ciurma, accarezzandole nel frattempo i capelli, ricci come i suoi.
Dejà-vu, ancora una volta. Lui sedicenne, spezzato da troppe botte, la madre che lo confortava quando dopo un incubo si nascondeva per la casa.

"Posso dirti un segreto, papà? Uno di quelli grossi però."

Brendan sorrise divertito, una punta di preoccupazione ben nascosta. Non troppa, però.
"Sure, honey. Go ahead, dimmi.". Aveva quasi l'impressione di sapere cosa sarebbe successo. Forse era un pochino presto rispetto agli altri, ma non era quello a mettergli ansia. Come per Alex ed Ethan, le analisi alla nascita non avevano mentito.

*Mi sa che sono come te. Posso parlare in testa alla gente. Non sei arrabbiato che non te l'ho detto subito, vero?*
Un formicolio e una comunicazione mentale che  si rifiutò di bloccare, e, nella penombra, Brendan riuscì a notare gli occhi della figlia che lo scrutavano enormi, un cervo bloccato dalle luci di un'auto, lo stesso sguardo con cui aveva affrontato il mondo per la prima volta, nove anni prima.

Tutta la preoccupazione si sciolse come neve al sole, sostituita da un'ondata di affetto immutato e un orgoglio sotterraneo.
Sua figlia.
*No, Honey. Ero preoccupato per i mal di testa. Ma ora che so perchè non lo sono più.*

Dorothy sembrava ancora dolorante, ma l'aver stabilito quel contatto telepatico aveva fatto evidentemente scemare il mal di testa fino a livelli più sopportabili, dandole un atteggiamento più vivace e la solita parlantina sciolta.
*Allora con te posso parlare così? La mamma se la prenderà che non gliel'ho detto a lei prima? Volevo dirlo ad Alex ed Ethan. Al e Steph già lo sanno, ma hanno promesso di stare zitti, o avrei detto ad Alex dove stanno le caramelle nascoste ad Halloween scorso.*

La ragazzina si imbronciò, testarda, restando però ancora abbracciata, per una volta cercando quasi cercare un rifugio che non venne rifiutato da Brendan. La lasciò invece parlare, fece scorrere quel flusso telepatico, ancora rudimentale ma potente come lui non è mai stato all'inizio. Diventerà forte come lo stanno diventando tutti i suoi figli, anche chi di gene X non ne ha.
*Io ho provato a farcela da sola, però non sapevo con chi parlare, e avevo paura. Se lo dicevo prima a zio Max poi ti saresti offeso.* E poi, all'ultimo momento, sembrò preoccupata. *Non sei offeso, vero?*

Brendan rise di cuore, scuotendo la testa e cercando di arruffare i capelli della figlia, che stavolta protestò vivacemente.
*Certo che no. Non me la prenderei mai, ma non c'è bisogno o ragione di aver paura. Ci sono io, c'è la Scuola se vuoi. Le cose sono cambiate da quando noi eravamo ragazzi, l'hai visto con i tuoi fratelli."

E le cose sono davvero cambiate un sacco da quando ha lasciato la carica di Preside per tentare un'avventura politica che per ora lo sta portando molto più lontano di quanto avesse potuto mai immaginare, sindaco e poi chissà.
Sono cambiate tante cose, e Philadelphia è diventata una fucina, il centro delle cose che cambiano davvero. La Scuola ha aperto da qualche anno anche agli umani, e la sede al South più i programmi di sensibilizzazione nelle scuole stanno creando una generazione più consapevole, tanto da essere da esempio per altre YGS e altre città, e allentare la morsa di leggi come l'SSA.
Tutti a combattere, così come fu per Magnus, per un futuro che sembra davvero comune, stavolta. Forse alcune lezioni sono state davvero imparate, a forza di ingiustizie, sangue e sudore.

*Le cose le puoi cambiare anche tu....ed Alex, Ethan, Al e Stephen...tutti voi ragazzi. Ma noi ci saremo sempre, a guardarvi le spalle. Imparerai. Andrà tutto bene.*
La ragazzina sembrò rincuorata e meno dolorante, tanto che si lasciò scappare una risatina quando Brendan riprese a parlare, stavolta a voce.

"Ora però coraggio, alziamoci e andiamo giù a dare la notizia. Scommetto che Ethan sarà invidiosissimo."

Dorothy rise, scattando in piedi, Prof ancora in braccio, ed aprì la porta. Una lama di luce dorata invase la stanza, e lei non si lamentò, battendo solo le palpebre più volte del dovuto. Esitò solo per un attimo, gli occhioni verdi ancora innocenti di nuovo pieni di preoccupazione.
"Ne vale la pena? Tutto?"

Il sorriso di Brendan si fece dolce. Quello che una volta, tanti anni prima, tanti da sembrare un'altra vita, fu un ragazzo solo, spaventato e ferito, uno studente incerto, un professore e un Preside e che è diventato un politico, un marito, un padre e soprattutto un mutante annuì, fiero, gonfiando il petto.

"Totally worth it. Ora andiamo."

E cercò di nuovo di arruffare i capelli di sua figlia, che scappò via, strappandogli una risata e delle promesse di vendetta mentre la rincorreva per le scale.
Così correndo si diressero verso il soggiorno, pronti a fare una colazione un po' più speciale delle tante altre che sono venute o seguiranno, un po' meno speciale di altre ancora, in quel ciclo così fantastico e assurdo che si chiama vita.



    I may not have gone where I intended to go, but I think I have ended up where I needed to be.   (Douglas Adams)



domenica 21 maggio 2017

So far so good

                                                           Philadelphia, 17/12/2025, ore 2.45

Neve.

Come nelle migliori carole natalizie scende lenta, ovattando i rumori della strada già addobbata per Natale, lasciando che la città si assopisca sotto una coltre bianca che l'indomani farà chiudere uffici e scuole.
La casa e l'albero sono stati decorati di azzurro, e la risposta a quella scelta così bizzarra e poco natalizia sta nel piccolo fagotto avvolto in una copertina ad aeroplanini, che Brendan stringe e culla, mentre guarda la neve cadere.

"Lo sai, Alex? Io e tua mamma ci siamo sposati che cadeva una neve proprio come questa."
Perfino il suo tono di voce è basso, morbido, mentre continua ad andare avanti ed indietro, cercando di far addormentare quel piccolo di pochi giorni che ora sbadiglia, gorgogliando, i piccoli pugni chiusi.
Un'ondata di tenerezza sconvolge il telepate, che si china su suo figlio per sfiorare con le labbra la testolina coperta da una sottile lanugine scura, nera, il colore dei capelli di Josephine, scoprendo che, nonostante la stanchezza di svariate notti insonni, è felice come non lo è mai stato.

L'ombra incombente della nave vasaariana, la nave aliena, non c'è più, andata via con promesse di amicizia dopo un'aspra lotta; tutto sembra scivolato via come un brutto sogno.
Resta solo una bella nottata invernale e un neonato tra le sue braccia, quella piccola creatura che è diventato il centro del loro mondo.

"C'era un sacco di gente." Una pausa, e sorride stancamente, continuando a cullare Alexander, avvolto in quella copertina e nella sua bella tutina da Babbo Natale, senza riuscire a staccargli gli occhi di dosso, quasi incredulo.

"C'era un sacco di gente anche quando sei nato tu. Sei già una superstar."

Ride piano mentre va verso il divano, il suo compagno di sventure e pensieri, continuando a dondolarsi, e dondolando ancora le braccia quando si siede, la testa altrove.
Eh sì, c'erano tutti, e quel giorno la stanza di ospedale era rimasta piena tutto il giorno.
C'erano i suoi genitori, quelli di Jo e i suoi fratelli.
C'erano Constantine ed Hector, e suo fratello maggiore aveva gli occhi lucidi di chi si è commosso.
Gli aveva persino chiesto di guardargli nella testa: i suoi pensieri e quelli di Lady Ywain erano così inteneriti da aver fatto commuovere di nuovo anche lui.
Alexander, suo padre, e James, il padre di Josephine, erano rimasti tanto colpiti dalla scelta dei nomi per il nuovo arrivato che erano scomparsi, e Mary li aveva ritrovati ore dopo nel bar vicino l'ospedale, sbronzi marci, a piangere e raccontarsi aneddoti sull'infanzia dei loro due figli ora spudoratamente preferiti.

C'erano Emma e Ben con sorrisi stanchi e regali meravigliosi, Calliope orgogliosa come una zia e un Jordan pensieroso, c'erano Routh, Amelia, Willow, Bryanna, Connor, Jimmy e Mihael perfino, John, Cole, Mark, Isaac e un viavai di gente dalla Scuola e non.
C'erano Maximilian e Arthur che si sfioravano le mani, le fedi tornate al loro posto, accompagnati da parole allegre, tutine di dubbio gusto e abbracci con pacche spaccaossa.

C'era tanta gente da non poterla contare.

Perfino Frank Burton della SCF aveva mandato un messaggio, così come Iris Carter e amici lontani: addirittura Dimitri e Quinn avevano fatto una videochiamata.

Gente, ancora gente, un vortice di volti amici intorno alla sua piccola famiglia: solo l'atto di rievocarli, rievocare le loro parole gentili, le loro emozioni e la loro incredulità gli riempie il cuore fino a farlo scoppiare, e si sente infinitamente ricco.

Si siede, sistemando la copertina anche sulle sue gambe, spostando suo figlio e tenendolo con delicatezza infinita mentre ancora gli parla con il tono morbido delle storie.

"Vedrai...sei nato in un bel mondo, tu. Forse un po' incasinato..."
E ridacchia, mentre guarda il neonato amorevole, stringendolo come se lo volesse proteggere da tutte le cose brutte di quel mondo.

"Ma non ti preoccupare. Tutto cambierà, Alex, te lo prometto. E quando verrà il momento...ci sarà tutta la YGS a darti una mano."
Gene X chiaro come il sole per quel bambino innocente, sprofondato nel sonno profondo di tutti i neonati. Esausto, Brendan sorride ancora.

"Quando tu sarai grande il mondo sarà più bello. E chissà...forse un giorno ci sarai tu a prendere il nostro posto. Tu, Johnny, Dyana, Thomas, Iris...voi sarete il futuro. Rendetelo migliore anche per noi che saremo il vostro passato."

Mani leggere gli sfiorano le spalle mentre ancora sta parlando, e lui non si gira nemmeno, piegando il collo all'indietro e appoggiandosi a Josephine, chiudendo gli occhi.
"Non volevo svegliarti."

 Sua moglie è ancora stanca, le linee del volto ammorbidite da quella maternità un po' inaspettata, ma sta sorridendo anche lei.
"Che gli stai raccontando?"

Brendan le fa spazio quando si avvicina e si siede sul divano, facendole appoggiare la testa sulla sua spalla.
"Una favola. La più bella di tutte."

Dopo di questo c'è solo il silenzio mentre guardano, tutti e tre abbracciati,  la neve che incessante cade, facendo dormire il mondo intero e una città che adesso possono chiamare davvero casa.

sabato 8 aprile 2017

Countdown

-Dieci-
Quella felicità selvaggia che gli fa decidere di buttare giorni di preparazione alle ortiche e di lanciarsi nel modo più assurdo del mondo, una proposta fatta via messaggio, con il cuore in gola e la voglia di correre subito a casa.
Un anello nella giacca, una scatolina che pesa come il mondo. Il terrore di non essere pronti, il coraggio che serve per fare un passo che è per la vita, l'immensa felicità che, per qualche istante gli fa dimenticare le preoccupazioni che gli pesano sulle spalle e i mostri nascosti dietro ogni angolo. 



-Nove-
Incontrare se stesso, faccia a faccia con il risultato di altre scelte, vedere la follia omicida nei suoi occhi e ritrovarsi completamente disarmato di fronte a quella determinazione.
Vedere attorno a sè gli sforzi di decine, centinaia di persone, riunite lì per la salvezza di entrambi i mondi,  percepire la loro scelta di sperare che gli scalda il cuore, e sapere nel profondo che stavolta ci riusciranno.
L'angosciante sensazione di perdere peso, sensazione, consistenza, fino a quando non si perde tutto in un limbo di grigiore.
Due lune che si incontrano, si scontrano, si attraversano, fino a quando tutto, idee, ricordi, sentimenti, pensieri, non torna con la voracità del fiume che si libera da una diga.
La sensazione di avere la vita intorno, davanti. Di nuovo.
La speranza di poter prendere strade stavolta giuste. L'inebriante senso di libertà che deriva dal risentirsi il futuro addosso.



-Otto-
Avviarsi in punta di piedi lungo un corridoio di ospedale, quasi non volesse disturbare chi dorme un sonno troppo profondo per essere interrotto da un semplice rumore di passi, inseguito dalla sua ombra e dal rimorso di non aver fatto di più, il peso delle scelte che sente gravare ora più che mai sopra le sue spalle, dalla rabbia che segue un video crudele.
Parlare a Maximilian, fratello, mentore, amico, e non ricevere risposta se non l'incessante rumore di macchinari, con l'idea fissa di averlo accoltellato alle spalle.



-Sette-
La rabbia sorda che lo consuma, che gli fa tenere gli occhi aperti per puro dispetto.
La sensazione di aver subìto un'ingiustizia, accompagnata da una fortissima impressione di tradimento e l'idea che, dopotutto, chiunque in quello stupido teatrino è convinto di star facendo la cosa giusta, e forse hanno anche ragione loro.
La paura per la Scuola, per Josephine, per se stesso, paure di processi e scandali, un fantasma che non si realizzerà, una minaccia senza forma e senza volto.
La fiducia anche in se stesso e nei propri mezzi che si sgretola ora dopo ora, in quell'unica lunga notte.



-Sei-
Il dolore di separarsi da volti amici.
La rabbia di addii imprevisti.
La delusione verso chi si credeva essere parte della famiglia.
La delusione per non essere riuscito a tenere tutto insieme.



-Cinque-
Stringersi le mani, la sensazione poco familiare di un nuovo anello al dito, promesse che gli riempiono il cuore di lava bollente, che lo riscaldano.
Ritrovarsi a ridere, a guardarsi in silenzio senza aver bisogno di parlare, piccoli gesti che svelano mondi interi, accennare qualche passo di danza e dimenticarsi come si fa perchè va tutto troppo dannatamente bene, in quella piccola bolla fatta soltanto di loro.
Guardare una strada e decidere che forse percorrerla in due è la scelta migliore, qualunque incidente si possa trovare per la strada. Sapere di non poter fare altrimenti, di non poterne fare a meno, ed essere contento di questo.



-Quattro-
Ritrovare la propria famiglia, imparare di nuovo che non servono i legami di sangue a creare amicizie che non si spezzano.
Imparare a camminare da soli, a correre.
 La sensazione di avere le ginocchia salde mentre stringe l'impugnatura di un coltello regalato con le migliori intenzioni.
Avere la strada da percorrere ben chiara in mente, una sottile linea luminosa in mezzo ad un mondo fatto di ombre.

 "You should reach the limits of virtue, before you cross the border of death"



-Tre-
  Leggere con il disgusto in gola, il timore di non stare facendo abbastanza.
 Persone che passano davanti ai loro banchetti, con indifferenza. La paura del diverso, bombe, attentati, folli.
Idee che cominciano a fiorire, parole dette senza intenti malvagi che colpiscono più di spade affilate, girare pagine con un sapore amaro nel retro della gola.



-Due-
Sedersi davanti ad un computer, cominciare a scrivere, le parole che arrivano da sole, pensieri ben formati dentro la sua testa che hanno solo bisogno di essere messi nero su bianco. E' tutto lì, lettere che si affiancano, tasti pigiati con tanta veemenza che ticchiettano sonori.
Alzare lo sguardo dallo schermo e rendersi conto che ormai l'alba è passata.
Sentirsi soddisfatti come raramente nella propria vita, rileggere con gli occhi che bruciano e il cuore che batte ancora con l'impressione di aver fatto qualcosa di buono.
Sentie di star facendo tutto quello non solo per tutti gli altri, ma anche per se stesso, per quello che era, un ragazzo spaventato col passo di lupo.



-Uno-
La fiducia delle persone che lo circondano, la bellezza di sentirsi esattamente al posto in cui si vuole essere, nel tempo in cui si vuole essere.
Il sollievo di aver trovato un'idea in cui credere, affidarsi ad essa completamente. Insegnarla agli altri. Vedere ragazzini insicuri trasformarsi lentamente in adulti consapevoli, persone forti su cui poter contare. Sapersi fiero di loro.



Zero.
-Crack-

 
[...]il corpo di Bobby, o meglio quello che ne resta, è fra le braccia della Flame On, la testa deformata in modo grottesco, il corpo mezzo annerito li dove Bryanna lo tratteneva, quando le fiamme si spengono. Le braccia e le gambe diventate troppo magre penzolano immobili e troppo flaccide, la bocca aperta in un grido muto di orrore.


It feels like falling.
It feels like rain.
Like losing my balance
Again and again.
It once was so easy;
Breathe in, breathe out.
But at the foot of this mountain,
I only see clouds.

I feel out of focus,
Or at least indisposed
As this strange weather pattern
Inside me takes hold.
Each brave step forward,
I take three steps behind.
It's mind over matter -
Matter over mind.

Slowly, then all at once.
A single loose thread
And it all comes undone.

Where there is light,
A shadow appears.
The cause and effect
When life interferes.
The same rule applies
To goodness and grief;
For in our great sorrow
We learn what joy means.

I don't want to fight, I don't want to fight it.
I don't want to fight, I don't want to fight it.
I don't want to fight, I don't want to fight it.
But I will learn to fight, I will learn to fight,
'Til this pendulum finds equilibrium.

Slowly, then all at once.
The dark clouds depart,
And the damage is done.
So pardon the dust
While this all settles in.
With a broken heart,
Transformation begins.