domenica 21 maggio 2017

So far so good

                                                           Philadelphia, 17/12/2025, ore 2.45

Neve.

Come nelle migliori carole natalizie scende lenta, ovattando i rumori della strada già addobbata per Natale, lasciando che la città si assopisca sotto una coltre bianca che l'indomani farà chiudere uffici e scuole.
La casa e l'albero sono stati decorati di azzurro, e la risposta a quella scelta così bizzarra e poco natalizia sta nel piccolo fagotto avvolto in una copertina ad aeroplanini, che Brendan stringe e culla, mentre guarda la neve cadere.

"Lo sai, Alex? Io e tua mamma ci siamo sposati che cadeva una neve proprio come questa."
Perfino il suo tono di voce è basso, morbido, mentre continua ad andare avanti ed indietro, cercando di far addormentare quel piccolo di pochi giorni che ora sbadiglia, gorgogliando, i piccoli pugni chiusi.
Un'ondata di tenerezza sconvolge il telepate, che si china su suo figlio per sfiorare con le labbra la testolina coperta da una sottile lanugine scura, nera, il colore dei capelli di Josephine, scoprendo che, nonostante la stanchezza di svariate notti insonni, è felice come non lo è mai stato.

L'ombra incombente della nave vasaariana, la nave aliena, non c'è più, andata via con promesse di amicizia dopo un'aspra lotta; tutto sembra scivolato via come un brutto sogno.
Resta solo una bella nottata invernale e un neonato tra le sue braccia, quella piccola creatura che è diventato il centro del loro mondo.

"C'era un sacco di gente." Una pausa, e sorride stancamente, continuando a cullare Alexander, avvolto in quella copertina e nella sua bella tutina da Babbo Natale, senza riuscire a staccargli gli occhi di dosso, quasi incredulo.

"C'era un sacco di gente anche quando sei nato tu. Sei già una superstar."

Ride piano mentre va verso il divano, il suo compagno di sventure e pensieri, continuando a dondolarsi, e dondolando ancora le braccia quando si siede, la testa altrove.
Eh sì, c'erano tutti, e quel giorno la stanza di ospedale era rimasta piena tutto il giorno.
C'erano i suoi genitori, quelli di Jo e i suoi fratelli.
C'erano Constantine ed Hector, e suo fratello maggiore aveva gli occhi lucidi di chi si è commosso.
Gli aveva persino chiesto di guardargli nella testa: i suoi pensieri e quelli di Lady Ywain erano così inteneriti da aver fatto commuovere di nuovo anche lui.
Alexander, suo padre, e James, il padre di Josephine, erano rimasti tanto colpiti dalla scelta dei nomi per il nuovo arrivato che erano scomparsi, e Mary li aveva ritrovati ore dopo nel bar vicino l'ospedale, sbronzi marci, a piangere e raccontarsi aneddoti sull'infanzia dei loro due figli ora spudoratamente preferiti.

C'erano Emma e Ben con sorrisi stanchi e regali meravigliosi, Calliope orgogliosa come una zia e un Jordan pensieroso, c'erano Routh, Amelia, Willow, Bryanna, Connor, Jimmy e Mihael perfino, John, Cole, Mark, Isaac e un viavai di gente dalla Scuola e non.
C'erano Maximilian e Arthur che si sfioravano le mani, le fedi tornate al loro posto, accompagnati da parole allegre, tutine di dubbio gusto e abbracci con pacche spaccaossa.

C'era tanta gente da non poterla contare.

Perfino Frank Burton della SCF aveva mandato un messaggio, così come Iris Carter e amici lontani: addirittura Dimitri e Quinn avevano fatto una videochiamata.

Gente, ancora gente, un vortice di volti amici intorno alla sua piccola famiglia: solo l'atto di rievocarli, rievocare le loro parole gentili, le loro emozioni e la loro incredulità gli riempie il cuore fino a farlo scoppiare, e si sente infinitamente ricco.

Si siede, sistemando la copertina anche sulle sue gambe, spostando suo figlio e tenendolo con delicatezza infinita mentre ancora gli parla con il tono morbido delle storie.

"Vedrai...sei nato in un bel mondo, tu. Forse un po' incasinato..."
E ridacchia, mentre guarda il neonato amorevole, stringendolo come se lo volesse proteggere da tutte le cose brutte di quel mondo.

"Ma non ti preoccupare. Tutto cambierà, Alex, te lo prometto. E quando verrà il momento...ci sarà tutta la YGS a darti una mano."
Gene X chiaro come il sole per quel bambino innocente, sprofondato nel sonno profondo di tutti i neonati. Esausto, Brendan sorride ancora.

"Quando tu sarai grande il mondo sarà più bello. E chissà...forse un giorno ci sarai tu a prendere il nostro posto. Tu, Johnny, Dyana, Thomas, Iris...voi sarete il futuro. Rendetelo migliore anche per noi che saremo il vostro passato."

Mani leggere gli sfiorano le spalle mentre ancora sta parlando, e lui non si gira nemmeno, piegando il collo all'indietro e appoggiandosi a Josephine, chiudendo gli occhi.
"Non volevo svegliarti."

 Sua moglie è ancora stanca, le linee del volto ammorbidite da quella maternità un po' inaspettata, ma sta sorridendo anche lei.
"Che gli stai raccontando?"

Brendan le fa spazio quando si avvicina e si siede sul divano, facendole appoggiare la testa sulla sua spalla.
"Una favola. La più bella di tutte."

Dopo di questo c'è solo il silenzio mentre guardano, tutti e tre abbracciati,  la neve che incessante cade, facendo dormire il mondo intero e una città che adesso possono chiamare davvero casa.

sabato 8 aprile 2017

Countdown

-Dieci-
Quella felicità selvaggia che gli fa decidere di buttare giorni di preparazione alle ortiche e di lanciarsi nel modo più assurdo del mondo, una proposta fatta via messaggio, con il cuore in gola e la voglia di correre subito a casa.
Un anello nella giacca, una scatolina che pesa come il mondo. Il terrore di non essere pronti, il coraggio che serve per fare un passo che è per la vita, l'immensa felicità che, per qualche istante gli fa dimenticare le preoccupazioni che gli pesano sulle spalle e i mostri nascosti dietro ogni angolo. 



-Nove-
Incontrare se stesso, faccia a faccia con il risultato di altre scelte, vedere la follia omicida nei suoi occhi e ritrovarsi completamente disarmato di fronte a quella determinazione.
Vedere attorno a sè gli sforzi di decine, centinaia di persone, riunite lì per la salvezza di entrambi i mondi,  percepire la loro scelta di sperare che gli scalda il cuore, e sapere nel profondo che stavolta ci riusciranno.
L'angosciante sensazione di perdere peso, sensazione, consistenza, fino a quando non si perde tutto in un limbo di grigiore.
Due lune che si incontrano, si scontrano, si attraversano, fino a quando tutto, idee, ricordi, sentimenti, pensieri, non torna con la voracità del fiume che si libera da una diga.
La sensazione di avere la vita intorno, davanti. Di nuovo.
La speranza di poter prendere strade stavolta giuste. L'inebriante senso di libertà che deriva dal risentirsi il futuro addosso.



-Otto-
Avviarsi in punta di piedi lungo un corridoio di ospedale, quasi non volesse disturbare chi dorme un sonno troppo profondo per essere interrotto da un semplice rumore di passi, inseguito dalla sua ombra e dal rimorso di non aver fatto di più, il peso delle scelte che sente gravare ora più che mai sopra le sue spalle, dalla rabbia che segue un video crudele.
Parlare a Maximilian, fratello, mentore, amico, e non ricevere risposta se non l'incessante rumore di macchinari, con l'idea fissa di averlo accoltellato alle spalle.



-Sette-
La rabbia sorda che lo consuma, che gli fa tenere gli occhi aperti per puro dispetto.
La sensazione di aver subìto un'ingiustizia, accompagnata da una fortissima impressione di tradimento e l'idea che, dopotutto, chiunque in quello stupido teatrino è convinto di star facendo la cosa giusta, e forse hanno anche ragione loro.
La paura per la Scuola, per Josephine, per se stesso, paure di processi e scandali, un fantasma che non si realizzerà, una minaccia senza forma e senza volto.
La fiducia anche in se stesso e nei propri mezzi che si sgretola ora dopo ora, in quell'unica lunga notte.



-Sei-
Il dolore di separarsi da volti amici.
La rabbia di addii imprevisti.
La delusione verso chi si credeva essere parte della famiglia.
La delusione per non essere riuscito a tenere tutto insieme.



-Cinque-
Stringersi le mani, la sensazione poco familiare di un nuovo anello al dito, promesse che gli riempiono il cuore di lava bollente, che lo riscaldano.
Ritrovarsi a ridere, a guardarsi in silenzio senza aver bisogno di parlare, piccoli gesti che svelano mondi interi, accennare qualche passo di danza e dimenticarsi come si fa perchè va tutto troppo dannatamente bene, in quella piccola bolla fatta soltanto di loro.
Guardare una strada e decidere che forse percorrerla in due è la scelta migliore, qualunque incidente si possa trovare per la strada. Sapere di non poter fare altrimenti, di non poterne fare a meno, ed essere contento di questo.



-Quattro-
Ritrovare la propria famiglia, imparare di nuovo che non servono i legami di sangue a creare amicizie che non si spezzano.
Imparare a camminare da soli, a correre.
 La sensazione di avere le ginocchia salde mentre stringe l'impugnatura di un coltello regalato con le migliori intenzioni.
Avere la strada da percorrere ben chiara in mente, una sottile linea luminosa in mezzo ad un mondo fatto di ombre.

 "You should reach the limits of virtue, before you cross the border of death"



-Tre-
  Leggere con il disgusto in gola, il timore di non stare facendo abbastanza.
 Persone che passano davanti ai loro banchetti, con indifferenza. La paura del diverso, bombe, attentati, folli.
Idee che cominciano a fiorire, parole dette senza intenti malvagi che colpiscono più di spade affilate, girare pagine con un sapore amaro nel retro della gola.



-Due-
Sedersi davanti ad un computer, cominciare a scrivere, le parole che arrivano da sole, pensieri ben formati dentro la sua testa che hanno solo bisogno di essere messi nero su bianco. E' tutto lì, lettere che si affiancano, tasti pigiati con tanta veemenza che ticchiettano sonori.
Alzare lo sguardo dallo schermo e rendersi conto che ormai l'alba è passata.
Sentirsi soddisfatti come raramente nella propria vita, rileggere con gli occhi che bruciano e il cuore che batte ancora con l'impressione di aver fatto qualcosa di buono.
Sentie di star facendo tutto quello non solo per tutti gli altri, ma anche per se stesso, per quello che era, un ragazzo spaventato col passo di lupo.



-Uno-
La fiducia delle persone che lo circondano, la bellezza di sentirsi esattamente al posto in cui si vuole essere, nel tempo in cui si vuole essere.
Il sollievo di aver trovato un'idea in cui credere, affidarsi ad essa completamente. Insegnarla agli altri. Vedere ragazzini insicuri trasformarsi lentamente in adulti consapevoli, persone forti su cui poter contare. Sapersi fiero di loro.



Zero.
-Crack-

 
[...]il corpo di Bobby, o meglio quello che ne resta, è fra le braccia della Flame On, la testa deformata in modo grottesco, il corpo mezzo annerito li dove Bryanna lo tratteneva, quando le fiamme si spengono. Le braccia e le gambe diventate troppo magre penzolano immobili e troppo flaccide, la bocca aperta in un grido muto di orrore.


It feels like falling.
It feels like rain.
Like losing my balance
Again and again.
It once was so easy;
Breathe in, breathe out.
But at the foot of this mountain,
I only see clouds.

I feel out of focus,
Or at least indisposed
As this strange weather pattern
Inside me takes hold.
Each brave step forward,
I take three steps behind.
It's mind over matter -
Matter over mind.

Slowly, then all at once.
A single loose thread
And it all comes undone.

Where there is light,
A shadow appears.
The cause and effect
When life interferes.
The same rule applies
To goodness and grief;
For in our great sorrow
We learn what joy means.

I don't want to fight, I don't want to fight it.
I don't want to fight, I don't want to fight it.
I don't want to fight, I don't want to fight it.
But I will learn to fight, I will learn to fight,
'Til this pendulum finds equilibrium.

Slowly, then all at once.
The dark clouds depart,
And the damage is done.
So pardon the dust
While this all settles in.
With a broken heart,
Transformation begins.

sabato 11 febbraio 2017

Metamorphosis

"Vede, il Capro Espiatorio non è solo quello che all'occorrenza paga per gli altri. È soprattutto, e anzitutto, un principio esplicativo, signor Malaussène."


                                                                                         Philadelphia, 5/02/2025

 
Brendan non si sente le mani.
Ritrovarsi nello spiazzo antistante alla City Hall, al municipio, gli dà la sensazione di tornare in un incubo, tanto che strizza gli occhi per sincerarsi sia tutto vero.
Tutto è calmo come lo può essere in un pomeriggio domenicale; non c'è nessuno, a parte Arthur seduto su una panchina, ma può sentire quasi il rumoreggiare di una folla che si trasforma in belva, si risente addosso occhiate che bruciano come fuoco, braccia che lo bloccano e mani che strappano e a nulla vale girarsi come un animale preso in gabbia.
La pelle d'oca che sente sulle braccia non è dovuta al freddo.
Gli viene un po' da odiare il telecineta che l'ha portato lì, e allo stesso tempo non può fare a meno di sentirsene grato per più ragioni di quante ne potrebbe contare.

Brendan Scott si è sempre ritenuto fisiologicamente incapace di provare un odio duraturo per persone che non fossero se stesso.
Non ha mai odiato troppo a lungo: non ha odiato i teppisti che l'hanno ridotto ad uno straccio sanguinante, un bambolotto spezzato buttato sull'asfalto, non ha odiato suo fratello e le sue occhiate colme di disprezzo, non ha odiato quando la paura del diverso lo faceva oggetto di occhiatine, derisioni, piccole e grandi ingiustizie.

Potrebbe odiare i terroristi e i loro comunicati da sciacalli mascherati, e invece non può fare nemmeno quello, sente solo un profondo disgusto.
Non riesce a provare altro che una grande, immensa pena per le persone che lo hanno sacrificato come un agnello all'altare quel pomeriggio, proprio davanti al Philadelphia City Hall, mettendo a nudo le sue cicatrici e umiliandolo con la loro sete di sangue.
Ha toccato la loro paura e la loro disperazione, e non può fare altro che perdonare tutto quello che è stato fatto; lo fa ad occhi chiusi, di pancia, senza nemmeno darsi il tempo di ragionare su.
Quella folla immensa è stata un pezzo come quelli degli scacchi che cerca disperatamente di dominare, e lui il capro espiatorio di una caccia più grande.
Forse c'è qualcuno che vivrà con un senso di colpa molto più grande del suo.

L'odio ha un sapore acre, e Brendan Scott se ne rende conto a quasi ventisette anni, con urla sanguinarie nelle orecchie e  lo scatto di pistole che gli vengono puntate dietro la schiena.

Eppure non ce la fa nemmeno quando la notte si sveglia di soprassalto, con le coperte che lo strozzano e la sensazione di essere ancora trattenuto da braccia crudeli.
Può solo trovare una profonda vergogna per se stesso: l'uomo che è scappato con il cappotto di un'altra persona sulle spalle, che si è trovato a casa, senza sapere come, con ancora addosso la sensazione di essere inseguito, una sensazione che si è allentata solo dopo giorni e giorni, donandogli di nuovo il passo ormai dimenticato del cane randagio.

Si vergogna.
Si vergogna dell'uomo che non è riuscito a rialzarsi da solo, e quella è forse una vergogna che si porterà dentro sempre.
Si vergogna dell'uomo che è scappato dalla Baraccopoli quando le sue percezioni sono arrivate prima dei sensi e la presenza di tante, troppe persone è stata abbastanza, più forte del dovere, più forte della preoccupazione, più forte dell'amore.
Si vergogna perfino di essere andato a parlare con Arthur, di avergli confidato quelle piccole verità che ora l'hanno portato di fronte alla Hall ad affrontare i propri incubi e la persona che la paura lo sta facendo diventare.

Un uomo che può odiare.
Permettersi di odiare se stessi è un lusso che però non può concedersi ora. Non può concedersi più nulla di tutto questo: può andare avanti, questo sì.

Quello che l'ha tenuto a galla fino a quel momento -di questo se ne rende conto- è solo il dovere verso gli altri.
Dovere verso Josephine, e la paura di trovarle la delusione negli occhi.
Dovere verso il suo ruolo. Verso Maximilian che gliel'ha ricordato con uno schiaffo, verso Arthur, verso Connor, verso Jimmy, verso tutta la Class e tutta la Scuola.
Dovere anche verso quelle persone che gli ruggivano contro, che continuano ad avere bisogno di lui.

Dovere verso l'altro Brendan, il dovere impellente di riparare agli errori che ha fatto, ai buchi che ha lasciato, alla rovina che ha preparato per se stesso.
Il senso di responsabilità per scelte che avrebbe potuto prendere anche lui.
Dovere verso Matthew, il figlio che non esiste eppure che continua a sentire un po' suo, una presenza-assenza che echeggia come un nome pronunciato in una stanza vuota, che fa male come una spina che non può togliere.

Quando si gira ad osservare l'ampiezza della Hall i ricordi perdono lucentezza poco a poco, e quello che resta è uno spiazzo tranquillo in una domenica di inizio Febbraio.

Posso essere migliore di questo.
Può farlo.
Lo ha detto ad Arthur, Arthur gliel'ha promesso. Può essere forte.
Può chiudere i conti una volta e per tutte con quello che è successo.
Può essere la persona che ha sempre aspirato ad essere, anche se probabilmente qualche parte di lui è rimasta intrappolata in quella folla bestiale e resterà per sempre lì, che lui lo voglia o no.

L'intervallo tra due respiri sembra un'eternità, ma quando finalmente Brendan inspira ha le spalle dritte di nuovo, leggere, e la sensazione gli piace.




giovedì 5 gennaio 2017

Hybris

Quando Brendan apre la porta di casa è ancora buio, le stanze sono tranquille al punto che non osa nemmeno accendere la luce e si muove con la furtività di un ladro, facendosi bastare le lucine dell'albero di Natale che non hanno ancora tolto.
Luke e Leila si sono precipitati a salutarlo nel modo scombinato di tutti i cuccioli, ma nemmeno loro fanno troppo rumore, e smettono ben presto i soliti salti gioiosi.
Forse si rendono conto che qualcosa non va, nei buffetti distratti che arrivano al posto delle carezze, nello sguardo che vaga, in saluti e parole allegre che non arrivano, nel modo in cui il telepate si muove, col passo rapido di un felino in gabbia.

Raggiunge in punta di piedi la stanza da letto, fermandosi solo per posare la giacca, e si affaccia appena. Josephine dorme profondamente avvolta nelle coperte, sotto gli occhi vigili dei gatti e di Q, e Brendan, suo malgrado, si ritrova a sorridere come uno scemo. Per un attimo dimentica tutto, per qualche secondo si sente quasi fortunato e nel petto gli si gonfia una bolla fatta di felicità e calore, una fragile bolla che scoppia presto, troppo presto, quando un pensiero gli accarezza la mente e lo fa gelare.

Che cosa faresti per proteggerla? Che cosa faresti, soprattutto, se lei non ci fosse? Quali sarebbero le tue scelte?

Si inoltra nella stanza solo per prendere, quatto quatto, una copertina, resistendo alla tentazione di buttarsi a letto, di abbracciare Jo, di svegliarla e di raccontare tutto quello che gli ronza per la testa in maniera disordinata, oppure di restare lì in silenzio, senza pensare, ascoltando soltanto il rumore dei loro respiri.

Invece se ne va sul divano, si accoccola lì con Luke che lo guarda dalla sua cesta con occhi azzurrissimi e un po' perplessi, prima di crollare anche lui, lasciandolo solo.

Lo sguardo vaga su una nuova scacchiera, e il ricordo di una serata semplice con Maximilian, a bere tè e a parlare di cose più o meno importanti, gli fa scappare un sorriso amaro.

“Hybris. Significa tracotanza. L'orgoglio dell'uomo che lo porta alla rovina.”

Non pensava di poter capire quelle parole così presto.
Si sorprende di come ad un certo punto tutto ciò che lo angustiava fino a poche ore prima venga messo sotto un'altra ottica. Mutiny, il quartiere, le cose che lo fanno arrabbiare, i Folli, i ragazzi scappati...tutto prende una dimensione lontana e per certi versi periferica.
E non è il pensiero di un'altra apocalisse a spaventarlo – non del tutto.
Sono passati attraverso tanti inferni, con la coscienza di avere un tempo limitato, passeranno anche oltre quello. Una soluzione c'è sempre, l'ha detto al Leonard alternativo, al loro Preside, e lo pensa sul serio.
La chiave è non arrendersi, e lui non vuole farlo. Non può permetterselo.

Ciò che davvero apre un abisso sotto i piedi è la questione delle scelte.
È davvero così facile prendere un'altra strada? Ci vuole davvero così poco per mutare il destino di una persona?

La testa gira tra i pensieri senza una vera e propria meta, ed è come mettere insieme tessere di un puzzle mal congegnato.
Da un'altra parte, in un'altra realtà, lui ha un figlio, e ha scelto di proteggerlo.
Ma dov'è Jo?
Un brivido freddo gli corre lungo la schiena nel ricordare il tono di voce di quel Carter.

Cosa l'ha spinto ad allontanarsi dalla Scuola? Quale profondo disinteresse, quale angoscia, cosa non gli ha impedito di sprofondare nella sua stessa arroganza insicura?
Si ricorda bene la diffidenza e lo sconcerto di quel Leonard Carter alternativo. Che genere di persona è quell'altro sé?

Può quasi immaginare quali possano essere state le scelte che hanno portato quell'altro Brendan a pensare di sacrificare un mondo intero, milioni e milioni di vite e di storie cancellate per proteggere una sola persona, una sola piccola esistenza che per lui vale come un tesoro. Sì, non gli ci vuole nemmeno troppo sforzo.
Dove sono le persone che lui, in questo mondo, ama? Quali sono le scelte che li hanno separati, che magari li hanno cambiati?
È un Brendan che si è arreso, quell'altro. Un Brendan che non ha voluto rischiare quello che gli rimaneva, che ha scelto una strada crudele e immediata.

La cosa più terrificante, quella più spaventosa, è che una minima parte di lui, una vocina sottile e insistente, lo capisce, comprende che è una china che avrebbe potuto prendere anche lui, che potrebbe prendere ancora.
In fondo, sono la stessa persona.

Quando Brendan si alza dal divano è ormai giorno fatto, e non sa nemmeno se ha dormito o meno, se i suoi fossero sogni o semplici pensieri.
Di una cosa è certo: stavolta può dire di conoscersi un pizzico in più. Ma non sa quanto gli possa costare quel piccolo pezzetto di comprensione.
Forse, stavolta, sa chi non vuole essere.

"Un passo davanti ai nemici, per essere pronti a combatterli, due passi davanti agli amici, per proteggerli prima ancora che sappiano di essere in pericolo."

Ma un passo davanti anche a se stesso.

martedì 22 novembre 2016

Take a tumble

[Elenco scritto a mano su un foglietto nascosto tra alcuni documenti nell'ufficio di Brendan]

                                                    
                                                    Quali sono le piccole paure da nulla?
-Svegliarsi un giorno e non riconoscere di chi è la faccia che ti guarda dall'altra parte dello specchio.
-Non fare abbastanza. Non essere abbastanza. Mai abbastanza.
-Non poter far niente. Mani legate.
-Tutto che cambia all'improvviso.
-Niente cambia, tutto è identico.
 -Un letto vuoto. 
-Un telefono che squilla a vuoto. 
-Una chiamata temuta.
-La stanza di un ospedale.
-Il sangue degli altri sulle mani, nella mente. 
-La presa che scivola da mani amiche, mani amiche che si allontanano.
-Girarsi e incontrare lo sguardo deluso e furtivo di chi ami. 
 -Spalle amiche che si voltano.
-"Non mi importa."
-La tua barca che affonda.
-Idee che dividono fratelli e seminano violenza.


Chiamale da nulla. 

Alla fine, tutti si appoggiano a tutti mentre cadiamo nel vuoto.
Alcuni, forse, cadono meglio di altri, e sono loro il centro delle cose.
Anche quando dentro la paura è uguale.




sabato 15 ottobre 2016

Modus ponens

Scambio di messaggi salvato nella memoria del telefono di Brendan, data 15 ottobre, primo pomeriggio.
L'interlocutore è salvato come “Mr. Hyde”



[Sei ancora vivo, fratellino?]


Più o meno. Tu? Come va l'ospite indesiderato?
 

[Io lavoro a quello che sai, lei ti saluta.
Dice che stai bene con i capelli corti.
In effetti sembri proprio una persona responsabile, tipo un preside.]


Ha-ha. Siete simpatici come un dito in un occhio.


                                                                                                                                …


Ce l'hai presente quel gioco idiota?


[Cosa?]


Ma sì! Quello in cui ciascuno fa una parte di disegno, con solo l'ultimo tratto visibile da continuare? Ti sembra di fare un gran bel lavoro, accidenti, un'opera d'arte, ma alla fine poi esce fuori un mostro alato con la testa di culo.
Oppure il gioco del telefono. Questo è un infinito, letale gioco del telefono in cui le due parti opposte finiscono per volersi ammazzare a vicenda anche se fanno parte della stessa catena.
Solo che non è un gioco, le persone muoiono davvero, le persone non si capiscono e in generale non capiscono un cazzo.
A volte sembra quasi che siamo tutti protagonisti di una storia scritta da un dodicenne idiota, poi invece penso alle cose da cucire.
ù

[...ti senti bene?]


Hai mai imparato a cucire, tu? Io mai.
Però mi ricordo nonna Jenna che si diverte a fare le sciarpe, le fa ancora? E i maglioni?


                                                                                                                                …


Sai...
Ho l'impressione che la vita che viviamo è come intessere una tela, e ognuno ha la sua parte. All'inizio ti sembra che vada tutto troppo veloce, è una specie di schifezza: poi ad un certo punto guardi da lontano e ti rendi conto che i fili hanno un senso, che il lavoro è passabile, oppure una gran bella cazzata...ma non lo sai fino alla fine, non te ne rendi conto fino a quando non hai finito e capisci di aver perso un punto, che nel tuo pezzo c'è un buco.
E io spero vivamente che la parte che sto cucendo io non finisca per crollare e distruggere il lavoro che hanno fatto anche gli altri, quelli che stimo, che amo. Qualche buchino me lo posso permettere, qualche piccola mancanza, ma il resto no. Io non mi posso permettere errori...di trama, ecco.
Ha, capito la battuta?
Ecco qua.
E poi mica è un lavoro da fare da solo, nossignore. C'è tanta gente che lavora con te, persone che collaborano, persone che cercano di disfarti la tela quando non stai guardando, persone con un coltello affilato e persone con la quale ti rendi conto di aver stretto un rapporto così forte da non saper distinguere i tuoi fili dai loro.
E ti rendi conto che se mai venisse a mancare quell'intreccio allora sì che sarebbe un bel guaio. Uno si chiede anche come ha fatto a viverci senza, prima.
Vaffanculo, mi sembra di essere in ritardo e di correre dietro ad uno stramaledetto autobus, riuscirò a saltarci sopra per scoprire che è pienissimo e non ho nemmeno fatto il biglietto.


[Hai bisogno di berti una birra.]


Lo so.

domenica 18 settembre 2016

It runs in the family

Albany, 8/08/2024, ore 22.30

La caffetteria dove hanno scelto di vedersi è vicina all'aeroporto internazionale di Albany, un posto neutro e lontano da qualsiasi ricordo.

Il telepate è arrivato in anticipo, troppo inquieto per stare fermo.
Anche ora che si è seduto ad uno dei tavolini, un'enorme bicchiere di té freddo davanti, deve faticare per restare seduto, un piede che dondola a ritmo con la musica di sottofondo, le dita che tamburellano sulla superficie economica e un po' sbreccata del tavolo.

È riuscito a contattare Constantine grazie a Mary ed Alexander, stupiti quanto e forse più di lui dalla richiesta, e continua a sentirsi incredulo, come se stesse vivendo una specie di sogno al contrario. Incontrare di nuovo suo fratello maggiore dopo tanti anni e poter parlare con lui in termini apparentemente così diversi dovrebbe fargli piacere, ma non riesce a sentire altro che una sorta di sordo timore.
Aveva sperato per anni che le cose cambiassero e Constantine si era talvolta approfittato in modo crudele di quella sua timida speranza. Perchè quella volta avrebbe dovuto essere diversa?

Campanelle tintinnano da qualche parte quando l'ingresso si apre, e per l'ennesima volta si trova a guardare ansiosamente in quella direzione. La bocca si secca, tanto che non riesce a deglutire.

Constantine si è fatto crescere la barba e ha l'aria sbattuta, stanca. Si sta guardando intorno con un nervosismo che Brendan trova immediatamente familiare, una camminata da lupo in gabbia che riconosce come sua e che gli mette inquietudine addosso. Non è lo stesso di sempre.
È il telepate ad alzare una mano per farsi notare, di malavoglia. Il sorriso del fratello maggiore è ampio, ma lui non riesce a ricambiare, e lo squadra mentre si avvicina.

"Vedo che i tuoi gusti in fatto di abbigliamento peggiorano con la lontananza da casa." Constantine è elegante, impeccabile se non fosse per la camicia sgualcita. Sembra quasi appena uscito da lavoro.

Brendan non riesce a parlare. Si limita a guardarlo senza alzare la testa, inespressivo.
"Che stai combinando? Sei riuscito a far preoccupare perfino me. Se mi hai fatto salire fin quassù  per niente..."

Non può alzare la voce, fredda come l'espressione, ma Constantine sembra capire, anche oltre la musica e il chiacchiericcio della scarsissima gente della tarda serata, e scuote la testa con un movimento vivace.
"Dritti al punto, eh? Ti ricordavo chiacchierone. Hai anche ragione a comportarti così, vero?" Il suo sorriso, stavolta, è triste, ma gli occhi chiari non smettono di analizzarlo per un attimo. È facile notare come eluda la domanda, con eleganza. "Sembri stanco morto. Da quanto sei ad Albany?".

Brendan alza le spalle, un movimento neutro. Non riesce a capire esattamente cosa stia provando: è come se ci fosse un vetro resistente a dividere i semplici fatti dalla nostalgia, o da qualunque altra emozione.
Non riesce a trovare comprensione, solo un buco vuoto e pulsante lì dove una volta c'era qualcosa...forse affetto, forse odio, forse entrambi insieme.
Si è quasi dimenticato come si fa a stare insieme al fratello senza sentirsi male.
"Da ieri mattina. Sono rimasto a casa dei nostri genitori. Ora facciamola finita, che dici? Fammi capire che diamine ti sta succedendo, e poi ognuno per la sua strada.".

Per un attimo Constantine sembra combattuto. Sul suo volto scompare la sicurezza e si alternano espressioni contrastanti, difficili da decifrare, quasi come se due persone diverse lottassero per prendere il sopravvento.Quando parla esita, schiarendosi la voce.
"E' un po' difficile da spiegare. È successo di tutto, ma...soprattutto...volevo dirti..alcune cose. E magari...presentarti qualcuno."

“Piantala di fare il vago.”
La diffidenza negli occhi di Brendan non sembra diminuire, anzi: si mescola con un pizzico di aperta ostilità.
"Non vuoi rispondermi apertamente? Fatti tuoi, ma se hai intenzione di presentarmi di nuovo qualcuno di quei gruppi di spostati che credono di poter curare i tipi come me la risposta è: vai a farti fottere".
Sta quasi per finire il suo tè ed alzarsi quando il fratello lo blocca per un braccio, supplichevole, disperato.

"No, no...non è come pensi." Constantine stavolta ha lo sguardo di chi sta cadendo nel vuoto e non ha niente a cui aggrapparsi.
"Non si tratta di questo. E'..."
Un sospiro, e poi una lunga pausa, il silenzio del tuffatore che si lancia in un'acqua nera.

"Non credo di avere scelta, è tutto troppo incasinato e non ti fidi di me. Sei un telepate, no? Guardami nella testa".

Quella frase è così inaspettata che Brendan si strozza con il tè, finendo per sputacchiarlo ovunque, tossendo.
Il telepate si ritrova addosso gli sguardi preoccupati di avventori e camerieri, e la mano del fratello che gli batte la schiena.

Senza pensarci due volte si ritrae, scattando in piedi, guardando Constantine con occhi sbarrati, un dolore sordo che cresce nel petto e che trova orribilmente familiare. Un dolore che è fatto di vecchi insulti, trappole e sguardi carichi di rancore.
"Cosa hai detto?"

L'avvocato si fa guardingo, e annuisce, guardandolo con una complicità che gli fa montare una rabbia sorda e cieca, come fuoco nel petto.
"Hai capito...non posso spiegarti cosa succede se..."

"A quanto pare non dovevo credere a quello che mi diceva Hector, eh? Cambiato un cazzo. Bel modo per tentare di mettermi nei guai.". Gli sibila Brendan, chinandosi appena e combattendo l'istinto che gli suggerisce di prenderlo per il collo. "Mi prendi per scemo? Vaffanculo.".

Senza curarsi più di niente, scatta via, digrignando i denti come un cane rabbioso.

"Brendan! Aspetta!" Constantine non ha perso tempo e lo raggiunge dopo pochissimo, di corsa. Cerca perfino di afferrarlo per una spalla, facendolo girare di scatto.
La risposta furente del telepate non si fa attendere: il pugno chiuso colpisce lo stomaco del fratello con tutta la forza che ha a disposizione, con tutta la frustrazione accumulata da anni.

I precedenti pasti del rampante avvocato Scott vanno a far compagnia al freddo asfalto del marciapiede quando lui si china per vomitare probabilmente anche l'anima.

"Speravo che fosse cambiato davvero qualcosa!" Brendan deve lottare per non urlare, e non gli importa nemmeno che intorno a loro si sia creato un piccolo capannello di curiosi.
"Che tu l'avessi smessa con le stronzate!"

Non ce la fa ad impedire che la voce si spezzi e tremi come sta tremando lui, i pugni chiusi per attaccare ancora.
"Lo so cosa vuoi fare. Ci hai già provato. Che vuoi dimostrare?” Deglutendo vistosamente, il giovane si limita a scuotere la testa. “Non mi posso fidare di te. Si stanno tutti preoccupando per le cazzate che fai e ti permetti ancora di fare questi giochetti. Sei una carogna, Constantine. Cresci.".

Finalmente il telepate fa per girarsi, ma una mano freddissima e molliccia lo blocca ancora. Il fratello maggiore non sembra voler mollare, ed è quell'insistenza che comincia a sciogliere quel nodo di rabbia che gli pesa nel petto.

"Non...ti sto prendendo in giro...non è come pensi." Dice Constantine, faticando a riprendere fiato e massaggiandosi lo stomaco, con un'espressione assai dolorante.
"Ho bisogno...ho bisogno del tuo aiuto. Sul serio. Ma...se non mi guardi nella testa non posso spiegarti niente. Puoi farlo, vero?"

Brendan socchiude gli occhi, anni di diffidenza ben stampati nella mente e in volto, e si guarda intorno, senza risparmiare occhiate truci alla gente che, già a distanza di sicurezza,comincia ora a girare alla larga.
"Non qui. Se è di nuovo un trucco per denunciarmi ti faccio vedere l'inferno. Stavolta non c'è mamma a fermarti, ma non potrà nemmeno fermare me da quello che ti farò. D'accordo?"

La risatina di Constantine si trasforma in un accesso di tosse, ma, per qualche motivo, lui comincia a ghignare, un brutto sorriso storto.
"Immagino di meritarmi questo trattamento. Beh, nessuno mi ha detto che fosse facile."
L'avvocato scuote la testa quando accetta il braccio del fratello minore che, riluttante, lo aiuta a rimettersi in piedi.

"Non ho la minima intenzione di farti del male in alcun modo, fratellino. Stavolta devi credermi".
Con un sospiro, e un ultimo colpo di tosse, l'uomo fa un cenno, cominciando a camminare.
"Vieni da me. Ho una macchina, facciamo prima."







La casa di Constantine non è quella che si ricorda, un appartamento elegantissimo in centro che lui aveva avuto l'onore di vedere una sola volta.
Quella è poco più di un monolocale in un condominio e la zona è molto più periferica. Un posto vagamente squallido che non gli piace per niente.
Brendan si guarda intorno a disagio, senza rendersi conto che il fratello non l'ha perso di vista nemmeno per un attimo.
“Lo so, non è quella che ti ricordi, ma...ci sto lavorando. La casa l'ho lasciata a Louise, non mi andava di restare lì. Allora, vuoi qualcosa da bere?”

Il telepate scuote la testa, in silenzio: sembra ancora ostile, sulla difensiva, e Constantine decide che non è il momento di fare conversazione casuale.
Dopo aver chiuso la porta della sua stanza si gira verso il fratello, che sembra quasi una bestiola selvatica, e prende un respiro profondo.

"Hai ancora paura di me. Non ti biasimo." Quella non è una domanda, ma una frase che sa di amaro.
"Sono stato un bastardo, lo so. Puoi fidarti solo stavolta? Poi deciderai cosa fare, non credo che potrai perdonarmi dopo quello che ti ho fatto, ma..."
 Di nuovo il tono di voce dell'uomo diventa supplichevole, a disagio, e per un attimo Brendan intravede un lampo di disperazione nel suo sguardo.
“Ho bisogno di te. Ti prego.”

Nessuna risposta da parte di un telepate ancora arrabbiato, solo sguardi gelidi. Il fratello maggiore fa qualche passo indietro, aprendo le braccia, con un sorriso amaro che sembra renderlo più vecchio.

"Vuol dire che mi fiderò prima io."
Brendan rimane al suo posto, fisso ed immobile anche quando Constantine si allontana, anche quando chiude gli occhi e apre le braccia, prendendo un respiro profondo.

Il telepate fa un salto all'indietro quando sente rumore di tessuto che si strappa, e il suo sguardo corre immediatamente alla porta. Qualcosa, però, annulla all'improvviso tutti i suoi propositi di fuga: qualcosa che sta succedendo al fratello maggiore.
Sulla sua pelle, sui suoi vestiti, dappertutto si sta formando un intrico di filamenti simili ad una ragnatela spessa, che lo ricopre completamente nell'arco di pochi secondi.
Al posto di Constantine c'è una creatura pallida e calva che lo fissa con enormi occhi dorati e gli sorride, calorosa. I suoi denti sono aguzzi.
Brendan sente che la gambe gli si fanno molli, e si ritrova seduto a terra senza nemmeno rendersene conto, le orecchie che gli ronzano.

Constantine, o quello che è ora, scatta verso di lui, ma si ferma di botto, portandosi le mani palmate alle tempie . Sembra fare uno sforzo notevole per ritirare quei filamenti e tornare quello di sempre, come se non riuscisse a controllarsi.
Dopodiché è facile raggiungere il fratello minore e accoccolarsi vicino a lui.
“Stai bene?”. Sono le prime parole che gli dice, poggiando la schiena al muro e chiudendo gli occhi.

“Quando? Che cosa...? Chi è...?”

Alle parole sconvolte del telepate, l'uomo, anzi, il simbionte ridacchia.
“Hai capito cosa sono ora, vero? Mi sa che in quella Scuola ti insegnano molto più di quanto tu dica. Lei è lady Ywain. E al momento è parecchio contenta di conoscerti, e mi sa che non sa ancora con chi ha a che fare. Capito perché dovevi entrarmi nella testa, idiota?”

Brendan riesce ad allungarsi per guardare meglio il fratello e comincia a ridacchiare anche lui suo malgrado.
“...tra tutti i nomi proprio Ywain? Lady? Non c'è storia, tu vai proprio a scegliertele di classe.”

In breve, senza nemmeno sapere come, i due fratelli si ritrovano a sghignazzare, entrambi seduti a terra, schiena contro la parete. Questo, almeno, fino a quando il telepate non riprende fiato, e si fa più serio.
“Sul serio...cos'è successo?”

Constantine, sospira, e si alza, togliendosi la polvere dai pantaloni.
“Mi stai chiedendo una storia maledettamente lunga. Birra?”

Il simbionte torna dopo poco, porge a Brendan una delle due lattine che aveva in mano e si risiede, prendendo a parlare dopo una brevissima pausa, interrotta solo dal suono secco di linguette che si strappano.
Era successo poco dopo che il fratello minore era partito per Philadelphia. Quasi un anno prima.




Constantine era sempre stato una persona intelligente, o almeno si era considerato come tale. Avvocato rampante, già inserito in circoli politici interessanti, aveva sempre visto il suo futuro come un curva sempre in ascesa.
A trentadue anni il suo mondo tranquillo aveva subito uno scossone imprevisto, e quella curva famosa aveva preso tutt'altro andamento.

Era cominciato tutto da una coincidenza.
Il suo studio aveva deciso di mollargli un nuovo caso, uno di quelli spinosi che solo i veri sciacalli avrebbero accettato di prendere in considerazione.
Si era trovato di fronte ad una madre, una giovane donna il cui figlio, mutante come lei, era stato ucciso dal compagno in quello che si voleva far passare come incidente.
Aveva rifiutato il caso, di malo modo, senza nemmeno dare mezza occhiata ai suoi fascicoli, pensando ad uno scherzo: non potevano affidare una cosa del genere proprio a lui!
Insomma, per quanto fosse disposto a fare qualunque cosa per la sua carriera...questo era troppo.
Non poteva difendere un accidenti di mostro, per quanta risonanza avrebbe potuto avere vincere il caso. Ne sarebbe andato della sua reputazione, dei suoi appoggi, di tutto. Avrebbe rischiato di rovinare una possibile carriera politica, o l'ascesa verso circoli più importanti.
Che ne sapeva, poi?Avrebbe potuto essere un vero incidente, considerato l'elevato pericolo insito in tutte le capacità di quei maledetti errori. Poteva allora considerarsi autodifesa, e lui non riusciva nemmeno a biasimare quella persona.

Nessun altro voleva prendere un mare di spine come quello, e perciò quel particolare caso era stato rifiutato.
Nessuno avrebbe potuto immaginare la veemente risposta della giovane madre, che era comparsa più volte allo studio, senza mai arrendersi.
La prima volta che l'aveva vista litigare con la segreteria aveva ridacchiato, poi l'aveva ignorata, alla fine si era addirittura arrabbiato, tanto che l'aveva trascinata nel suo studio e avevano cominciato una violenta discussione durata più di un'ora.
E quanto aveva lottato! Aveva portato nuove prove, nuove testimonianze, si era appellata alla giustizia e all'umano buonsenso. Constantine l'aveva cacciata di malo modo.

All'inizio, passato il momento di rabbia, tutto sembrava normale: aveva ripreso la sua vita come sempre, e la donna non si era ripresentata, con enorme sollievo di tutti quanti. La sua mente, tuttavia, stava lavorando in sottofondo, stava mettendo insieme i pezzi del puzzle.

Senza alcun preavviso, aveva cominciato a sognarla. Aveva cominciato a sognare quegli occhi furiosi.
Il suo sguardo era talmente feroce, talmente disperato che si era piantato nel cervello come un tarlo, e lì aveva cominciato a scavare, e scavare, e scavare.
Ogni volta, ogni santa volta, poteva sentire la sua occhiata di accusa ancora bruciargli dietro la nuca, quando si era girato per aprirle poco gentilmente la porta.

Sempre più spesso si trovava a pensare al fratello, proprio a Brendan.
Alla sua espressione ferita, alle sue fughe, ai giorni in cui tornava disperato da scuola solo per trovare ostilità anche a casa.
Suo fratello aveva rischiato di finire come quel ragazzino: anche quello era stato etichettato come un semplicissimo incidente, un inconveniente i cui colpevoli non avrebbero mai avuto una faccia. L'avevano quasi ammazzato a forza di botte e lui gli aveva voltato le spalle, proprio come aveva voltato le spalle a quella donna.

In comune avevano una sola cosa: un semplicissimo gene.
Constantine aveva tentato di razionalizzare, ma le giustificazioni su cui aveva fondato una vita non riuscivano più a reggere. Pericolosi? Innocui? Fuori controllo, abomini? Innocenti? Animali? Persone?

Lo stesso tessuto di cui era composta la sua vita aveva cominciato a sfaldarsi, un pezzo alla volta. Non poteva tornare a casa, non poteva stare in compagnia quando quei dubbi lo tormentavano giorno e notte.
La sua stessa esistenza, la stessa vita per cui aveva combattuto così fieramente, i suoi amici, sua moglie, tutti i suoi ideali: quelle cose stavano barcollando improvvisamente, come assi di legno marcio in un ponte sospeso.
Aveva cominciato a sentire schifo anche verso se stesso, e quello lì proprio non era riuscito a razionalizzarlo, non più.

A disagio perfino con se stesso senza capire bene il perché, Constantine si era trovato a girare in piena notte per il parco, la sua pistola tra le mani.
Meditava strani pensieri, istinti che si infiltravano nella sua mente come fumi velenosi...e invece l'aveva trovato lei.
Ywain. Una piccola, luminosa creatura vagante in cerca di anime sperdute.
Si era legata a Constantine senza chiedere alcun permesso.

Lui si era svegliato la mattina dopo senza ricordare alcunché, senza più pistola, bagnato fradicio e con un forte mal di testa.
“Sembrava una sbronza, Brendan, ti giuro. Solo che ad un certo punto lei ha cominciato a parlarmi nella testa. E..mi sono trasformato nel bagno di casa. Mi sono chiuso due giorni dentro, Louise pensava fossi impazzito.”

Aveva addirittura meditato di andare da uno psichiatra, sicuro anche lui di aver perso qualche rotella, ma Ywain l'aveva nuovamente bloccato. Aveva cominciato a parlare, a parlare, e non si era più fermata, spiegandogli finalmente tutto.
La cacciatrice di anime in pena, la guida dei tormentati l'aveva trovato, e forse chissà, sarebbe riuscita a farne qualcosa di lui e della sua vita incasinata. Quello era l'unico scopo della sua lunga vita, decenni, molti più di quanto potesse immaginare.

La sua pressione continuava ad essere costante, continua: talmente forte, talmente traumatica che lui era tornato a parlare con la donna, era andato a scusarsi in ginocchio, sperando di liberarsi di quella vocina insistente che non lo faceva dormire di notte.
Aveva addirittura accettato di difenderla in tribunale e con i suoi colleghi, ma l'ufficio aveva ormai rigettato il caso, e non c'era più verso di tornare indietro. Stava attirando qualche occhiata perplessa di troppo.

Non ci aveva pensato due volte: si era licenziato in tronco, rinunciando per disperazione a tutte le sue ambizioni, e aveva accettato di difenderla di ufficio. Il caso era ancora in corso, complesso e spinoso come avevano previsto.
Questo aveva rovinato il suo matrimonio. Louise si era arrabbiata con lui, era diventata amara e cattiva, e lui aveva cominciato a vederla con occhi nuovi. I silenzi erano diventati ghigliottine, e avevano divorziato di lì a breve.

Ma Ywain non l'aveva lasciato e non si era zittita, per niente. Pian piano avevano fatto amicizia, pian piano aveva cominciato ad apprezzare la sua calma e la sua gentilezza... ma era impossibile ignorare le sue parole, pesanti come macigni. Non riusciva nemmeno ad odiarla, non più. Non riusciva a darle torto. Non quando le sue parole corrispondevano ai suoi sospetti.

Aveva cominciato a parlargli anche di Brendan, di nuovo aveva cominciato a fargli pressione, fino a quando non l'aveva chiamato...e ora erano lì, appoggiati ad un muro, a parlare.

Io non...volevo questo, fratellino. Non so che fare. Non...lo voglio. Ma non so dove...cosa...”
Le parole di Constantine si fanno incoerenti, e poi si spezzano, la voce che si fa sottile come quella di un bambino.
“Non so più chi sono.”

Per quanto cerchi di sforzarsi, Brendan non riesce a trovare niente da dire. L'unica cosa che gli viene in mente è mettere una mano sulla spalla del fratello, che non si scosta.
“Pensi di registrarti?” È la prima domanda cauta e preoccupata del telepate dopo un lungo silenzio.

“Non lo sanno nemmeno i nostri genitori. Nemmeno Hector..e non glielo dovrai dire.”
Constantine scuote la testa, poggiando il mento sulle ginocchia, rannicchiato, ma sogghigna, un'espressione orribile e ritorta.
“Non credo che mi libererò presto di Ywain, non mi illudo, ma non voglio essere marchiato a fuoco. Ce l'hai presente quell'SSA, vero? Passerà, e io... Non voglio essere visto come quello che non sono.”

Un'ondata improvvisa di frustrazione investe Brendan, che sbuffa, cercando di controllare l'impulso di allontanarsi a quelle ultime parole un po' sprezzanti.
“Benvenuto nel mio mondo, allora”.

L'occhiata improvvisamente ferita e sperduta del fratello maggiore gli fa venire voglia di rimangiarsi quelle parole acide, e fa quasi per parlare quando lui lo interrompe, con un sospiro.
“Scusa, ho esagerato. È che...è difficile abituarsi. Non...”

“Per qualunque cosa lo sai che puoi contare su di me, d'accordo?”
Le parole veementi del telepate fanno sorridere Constantine, che si allunga per arruffargli i capelli, un gesto così familiare e allo stesso tempo lontano da far venire il magone ad entrambi.

“D'accordo. Ma ora finiamola di stare seduti qui come due deficienti, che dici? Ti offro una pizza. Abbiamo dieci anni da raccontarci.”