sabato 11 febbraio 2017

Metamorphosis

"Vede, il Capro Espiatorio non è solo quello che all'occorrenza paga per gli altri. È soprattutto, e anzitutto, un principio esplicativo, signor Malaussène."


                                                                                         Philadelphia, 5/02/2025

 
Brendan non si sente le mani.
Ritrovarsi nello spiazzo antistante alla City Hall, al municipio, gli dà la sensazione di tornare in un incubo, tanto che strizza gli occhi per sincerarsi sia tutto vero.
Tutto è calmo come lo può essere in un pomeriggio domenicale; non c'è nessuno, a parte Arthur seduto su una panchina, ma può sentire quasi il rumoreggiare di una folla che si trasforma in belva, si risente addosso occhiate che bruciano come fuoco, braccia che lo bloccano e mani che strappano e a nulla vale girarsi come un animale preso in gabbia.
La pelle d'oca che sente sulle braccia non è dovuta al freddo.
Gli viene un po' da odiare il telecineta che l'ha portato lì, e allo stesso tempo non può fare a meno di sentirsene grato per più ragioni di quante ne potrebbe contare.

Brendan Scott si è sempre ritenuto fisiologicamente incapace di provare un odio duraturo per persone che non fossero se stesso.
Non ha mai odiato troppo a lungo: non ha odiato i teppisti che l'hanno ridotto ad uno straccio sanguinante, un bambolotto spezzato buttato sull'asfalto, non ha odiato suo fratello e le sue occhiate colme di disprezzo, non ha odiato quando la paura del diverso lo faceva oggetto di occhiatine, derisioni, piccole e grandi ingiustizie.

Potrebbe odiare i terroristi e i loro comunicati da sciacalli mascherati, e invece non può fare nemmeno quello, sente solo un profondo disgusto.
Non riesce a provare altro che una grande, immensa pena per le persone che lo hanno sacrificato come un agnello all'altare quel pomeriggio, proprio davanti al Philadelphia City Hall, mettendo a nudo le sue cicatrici e umiliandolo con la loro sete di sangue.
Ha toccato la loro paura e la loro disperazione, e non può fare altro che perdonare tutto quello che è stato fatto; lo fa ad occhi chiusi, di pancia, senza nemmeno darsi il tempo di ragionare su.
Quella folla immensa è stata un pezzo come quelli degli scacchi che cerca disperatamente di dominare, e lui il capro espiatorio di una caccia più grande.
Forse c'è qualcuno che vivrà con un senso di colpa molto più grande del suo.

L'odio ha un sapore acre, e Brendan Scott se ne rende conto a quasi ventisette anni, con urla sanguinarie nelle orecchie e  lo scatto di pistole che gli vengono puntate dietro la schiena.

Eppure non ce la fa nemmeno quando la notte si sveglia di soprassalto, con le coperte che lo strozzano e la sensazione di essere ancora trattenuto da braccia crudeli.
Può solo trovare una profonda vergogna per se stesso: l'uomo che è scappato con il cappotto di un'altra persona sulle spalle, che si è trovato a casa, senza sapere come, con ancora addosso la sensazione di essere inseguito, una sensazione che si è allentata solo dopo giorni e giorni, donandogli di nuovo il passo ormai dimenticato del cane randagio.

Si vergogna.
Si vergogna dell'uomo che non è riuscito a rialzarsi da solo, e quella è forse una vergogna che si porterà dentro sempre.
Si vergogna dell'uomo che è scappato dalla Baraccopoli quando le sue percezioni sono arrivate prima dei sensi e la presenza di tante, troppe persone è stata abbastanza, più forte del dovere, più forte della preoccupazione, più forte dell'amore.
Si vergogna perfino di essere andato a parlare con Arthur, di avergli confidato quelle piccole verità che ora l'hanno portato di fronte alla Hall ad affrontare i propri incubi e la persona che la paura lo sta facendo diventare.

Un uomo che può odiare.
Permettersi di odiare se stessi è un lusso che però non può concedersi ora. Non può concedersi più nulla di tutto questo: può andare avanti, questo sì.

Quello che l'ha tenuto a galla fino a quel momento -di questo se ne rende conto- è solo il dovere verso gli altri.
Dovere verso Josephine, e la paura di trovarle la delusione negli occhi.
Dovere verso il suo ruolo. Verso Maximilian che gliel'ha ricordato con uno schiaffo, verso Arthur, verso Connor, verso Jimmy, verso tutta la Class e tutta la Scuola.
Dovere anche verso quelle persone che gli ruggivano contro, che continuano ad avere bisogno di lui.

Dovere verso l'altro Brendan, il dovere impellente di riparare agli errori che ha fatto, ai buchi che ha lasciato, alla rovina che ha preparato per se stesso.
Il senso di responsabilità per scelte che avrebbe potuto prendere anche lui.
Dovere verso Matthew, il figlio che non esiste eppure che continua a sentire un po' suo, una presenza-assenza che echeggia come un nome pronunciato in una stanza vuota, che fa male come una spina che non può togliere.

Quando si gira ad osservare l'ampiezza della Hall i ricordi perdono lucentezza poco a poco, e quello che resta è uno spiazzo tranquillo in una domenica di inizio Febbraio.

Posso essere migliore di questo.
Può farlo.
Lo ha detto ad Arthur, Arthur gliel'ha promesso. Può essere forte.
Può chiudere i conti una volta e per tutte con quello che è successo.
Può essere la persona che ha sempre aspirato ad essere, anche se probabilmente qualche parte di lui è rimasta intrappolata in quella folla bestiale e resterà per sempre lì, che lui lo voglia o no.

L'intervallo tra due respiri sembra un'eternità, ma quando finalmente Brendan inspira ha le spalle dritte di nuovo, leggere, e la sensazione gli piace.




giovedì 5 gennaio 2017

Hybris

Quando Brendan apre la porta di casa è ancora buio, le stanze sono tranquille al punto che non osa nemmeno accendere la luce e si muove con la furtività di un ladro, facendosi bastare le lucine dell'albero di Natale che non hanno ancora tolto.
Luke e Leila si sono precipitati a salutarlo nel modo scombinato di tutti i cuccioli, ma nemmeno loro fanno troppo rumore, e smettono ben presto i soliti salti gioiosi.
Forse si rendono conto che qualcosa non va, nei buffetti distratti che arrivano al posto delle carezze, nello sguardo che vaga, in saluti e parole allegre che non arrivano, nel modo in cui il telepate si muove, col passo rapido di un felino in gabbia.

Raggiunge in punta di piedi la stanza da letto, fermandosi solo per posare la giacca, e si affaccia appena. Josephine dorme profondamente avvolta nelle coperte, sotto gli occhi vigili dei gatti e di Q, e Brendan, suo malgrado, si ritrova a sorridere come uno scemo. Per un attimo dimentica tutto, per qualche secondo si sente quasi fortunato e nel petto gli si gonfia una bolla fatta di felicità e calore, una fragile bolla che scoppia presto, troppo presto, quando un pensiero gli accarezza la mente e lo fa gelare.

Che cosa faresti per proteggerla? Che cosa faresti, soprattutto, se lei non ci fosse? Quali sarebbero le tue scelte?

Si inoltra nella stanza solo per prendere, quatto quatto, una copertina, resistendo alla tentazione di buttarsi a letto, di abbracciare Jo, di svegliarla e di raccontare tutto quello che gli ronza per la testa in maniera disordinata, oppure di restare lì in silenzio, senza pensare, ascoltando soltanto il rumore dei loro respiri.

Invece se ne va sul divano, si accoccola lì con Luke che lo guarda dalla sua cesta con occhi azzurrissimi e un po' perplessi, prima di crollare anche lui, lasciandolo solo.

Lo sguardo vaga su una nuova scacchiera, e il ricordo di una serata semplice con Maximilian, a bere tè e a parlare di cose più o meno importanti, gli fa scappare un sorriso amaro.

“Hybris. Significa tracotanza. L'orgoglio dell'uomo che lo porta alla rovina.”

Non pensava di poter capire quelle parole così presto.
Si sorprende di come ad un certo punto tutto ciò che lo angustiava fino a poche ore prima venga messo sotto un'altra ottica. Mutiny, il quartiere, le cose che lo fanno arrabbiare, i Folli, i ragazzi scappati...tutto prende una dimensione lontana e per certi versi periferica.
E non è il pensiero di un'altra apocalisse a spaventarlo – non del tutto.
Sono passati attraverso tanti inferni, con la coscienza di avere un tempo limitato, passeranno anche oltre quello. Una soluzione c'è sempre, l'ha detto al Leonard alternativo, al loro Preside, e lo pensa sul serio.
La chiave è non arrendersi, e lui non vuole farlo. Non può permetterselo.

Ciò che davvero apre un abisso sotto i piedi è la questione delle scelte.
È davvero così facile prendere un'altra strada? Ci vuole davvero così poco per mutare il destino di una persona?

La testa gira tra i pensieri senza una vera e propria meta, ed è come mettere insieme tessere di un puzzle mal congegnato.
Da un'altra parte, in un'altra realtà, lui ha un figlio, e ha scelto di proteggerlo.
Ma dov'è Jo?
Un brivido freddo gli corre lungo la schiena nel ricordare il tono di voce di quel Carter.

Cosa l'ha spinto ad allontanarsi dalla Scuola? Quale profondo disinteresse, quale angoscia, cosa non gli ha impedito di sprofondare nella sua stessa arroganza insicura?
Si ricorda bene la diffidenza e lo sconcerto di quel Leonard Carter alternativo. Che genere di persona è quell'altro sé?

Può quasi immaginare quali possano essere state le scelte che hanno portato quell'altro Brendan a pensare di sacrificare un mondo intero, milioni e milioni di vite e di storie cancellate per proteggere una sola persona, una sola piccola esistenza che per lui vale come un tesoro. Sì, non gli ci vuole nemmeno troppo sforzo.
Dove sono le persone che lui, in questo mondo, ama? Quali sono le scelte che li hanno separati, che magari li hanno cambiati?
È un Brendan che si è arreso, quell'altro. Un Brendan che non ha voluto rischiare quello che gli rimaneva, che ha scelto una strada crudele e immediata.

La cosa più terrificante, quella più spaventosa, è che una minima parte di lui, una vocina sottile e insistente, lo capisce, comprende che è una china che avrebbe potuto prendere anche lui, che potrebbe prendere ancora.
In fondo, sono la stessa persona.

Quando Brendan si alza dal divano è ormai giorno fatto, e non sa nemmeno se ha dormito o meno, se i suoi fossero sogni o semplici pensieri.
Di una cosa è certo: stavolta può dire di conoscersi un pizzico in più. Ma non sa quanto gli possa costare quel piccolo pezzetto di comprensione.
Forse, stavolta, sa chi non vuole essere.

"Un passo davanti ai nemici, per essere pronti a combatterli, due passi davanti agli amici, per proteggerli prima ancora che sappiano di essere in pericolo."

Ma un passo davanti anche a se stesso.

martedì 22 novembre 2016

Take a tumble

[Elenco scritto a mano su un foglietto nascosto tra alcuni documenti nell'ufficio di Brendan]

                                                    
                                                    Quali sono le piccole paure da nulla?
-Svegliarsi un giorno e non riconoscere di chi è la faccia che ti guarda dall'altra parte dello specchio.
-Non fare abbastanza. Non essere abbastanza. Mai abbastanza.
-Non poter far niente. Mani legate.
-Tutto che cambia all'improvviso.
-Niente cambia, tutto è identico.
 -Un letto vuoto. 
-Un telefono che squilla a vuoto. 
-Una chiamata temuta.
-La stanza di un ospedale.
-Il sangue degli altri sulle mani, nella mente. 
-La presa che scivola da mani amiche, mani amiche che si allontanano.
-Girarsi e incontrare lo sguardo deluso e furtivo di chi ami. 
 -Spalle amiche che si voltano.
-"Non mi importa."
-La tua barca che affonda.
-Idee che dividono fratelli e seminano violenza.


Chiamale da nulla. 

Alla fine, tutti si appoggiano a tutti mentre cadiamo nel vuoto.
Alcuni, forse, cadono meglio di altri, e sono loro il centro delle cose.
Anche quando dentro la paura è uguale.




sabato 15 ottobre 2016

Modus ponens

Scambio di messaggi salvato nella memoria del telefono di Brendan, data 15 ottobre, primo pomeriggio.
L'interlocutore è salvato come “Mr. Hyde”



[Sei ancora vivo, fratellino?]


Più o meno. Tu? Come va l'ospite indesiderato?
 

[Io lavoro a quello che sai, lei ti saluta.
Dice che stai bene con i capelli corti.
In effetti sembri proprio una persona responsabile, tipo un preside.]


Ha-ha. Siete simpatici come un dito in un occhio.


                                                                                                                                …


Ce l'hai presente quel gioco idiota?


[Cosa?]


Ma sì! Quello in cui ciascuno fa una parte di disegno, con solo l'ultimo tratto visibile da continuare? Ti sembra di fare un gran bel lavoro, accidenti, un'opera d'arte, ma alla fine poi esce fuori un mostro alato con la testa di culo.
Oppure il gioco del telefono. Questo è un infinito, letale gioco del telefono in cui le due parti opposte finiscono per volersi ammazzare a vicenda anche se fanno parte della stessa catena.
Solo che non è un gioco, le persone muoiono davvero, le persone non si capiscono e in generale non capiscono un cazzo.
A volte sembra quasi che siamo tutti protagonisti di una storia scritta da un dodicenne idiota, poi invece penso alle cose da cucire.
ù

[...ti senti bene?]


Hai mai imparato a cucire, tu? Io mai.
Però mi ricordo nonna Jenna che si diverte a fare le sciarpe, le fa ancora? E i maglioni?


                                                                                                                                …


Sai...
Ho l'impressione che la vita che viviamo è come intessere una tela, e ognuno ha la sua parte. All'inizio ti sembra che vada tutto troppo veloce, è una specie di schifezza: poi ad un certo punto guardi da lontano e ti rendi conto che i fili hanno un senso, che il lavoro è passabile, oppure una gran bella cazzata...ma non lo sai fino alla fine, non te ne rendi conto fino a quando non hai finito e capisci di aver perso un punto, che nel tuo pezzo c'è un buco.
E io spero vivamente che la parte che sto cucendo io non finisca per crollare e distruggere il lavoro che hanno fatto anche gli altri, quelli che stimo, che amo. Qualche buchino me lo posso permettere, qualche piccola mancanza, ma il resto no. Io non mi posso permettere errori...di trama, ecco.
Ha, capito la battuta?
Ecco qua.
E poi mica è un lavoro da fare da solo, nossignore. C'è tanta gente che lavora con te, persone che collaborano, persone che cercano di disfarti la tela quando non stai guardando, persone con un coltello affilato e persone con la quale ti rendi conto di aver stretto un rapporto così forte da non saper distinguere i tuoi fili dai loro.
E ti rendi conto che se mai venisse a mancare quell'intreccio allora sì che sarebbe un bel guaio. Uno si chiede anche come ha fatto a viverci senza, prima.
Vaffanculo, mi sembra di essere in ritardo e di correre dietro ad uno stramaledetto autobus, riuscirò a saltarci sopra per scoprire che è pienissimo e non ho nemmeno fatto il biglietto.


[Hai bisogno di berti una birra.]


Lo so.

domenica 18 settembre 2016

It runs in the family

Albany, 8/08/2024, ore 22.30

La caffetteria dove hanno scelto di vedersi è vicina all'aeroporto internazionale di Albany, un posto neutro e lontano da qualsiasi ricordo.

Il telepate è arrivato in anticipo, troppo inquieto per stare fermo.
Anche ora che si è seduto ad uno dei tavolini, un'enorme bicchiere di té freddo davanti, deve faticare per restare seduto, un piede che dondola a ritmo con la musica di sottofondo, le dita che tamburellano sulla superficie economica e un po' sbreccata del tavolo.

È riuscito a contattare Constantine grazie a Mary ed Alexander, stupiti quanto e forse più di lui dalla richiesta, e continua a sentirsi incredulo, come se stesse vivendo una specie di sogno al contrario. Incontrare di nuovo suo fratello maggiore dopo tanti anni e poter parlare con lui in termini apparentemente così diversi dovrebbe fargli piacere, ma non riesce a sentire altro che una sorta di sordo timore.
Aveva sperato per anni che le cose cambiassero e Constantine si era talvolta approfittato in modo crudele di quella sua timida speranza. Perchè quella volta avrebbe dovuto essere diversa?

Campanelle tintinnano da qualche parte quando l'ingresso si apre, e per l'ennesima volta si trova a guardare ansiosamente in quella direzione. La bocca si secca, tanto che non riesce a deglutire.

Constantine si è fatto crescere la barba e ha l'aria sbattuta, stanca. Si sta guardando intorno con un nervosismo che Brendan trova immediatamente familiare, una camminata da lupo in gabbia che riconosce come sua e che gli mette inquietudine addosso. Non è lo stesso di sempre.
È il telepate ad alzare una mano per farsi notare, di malavoglia. Il sorriso del fratello maggiore è ampio, ma lui non riesce a ricambiare, e lo squadra mentre si avvicina.

"Vedo che i tuoi gusti in fatto di abbigliamento peggiorano con la lontananza da casa." Constantine è elegante, impeccabile se non fosse per la camicia sgualcita. Sembra quasi appena uscito da lavoro.

Brendan non riesce a parlare. Si limita a guardarlo senza alzare la testa, inespressivo.
"Che stai combinando? Sei riuscito a far preoccupare perfino me. Se mi hai fatto salire fin quassù  per niente..."

Non può alzare la voce, fredda come l'espressione, ma Constantine sembra capire, anche oltre la musica e il chiacchiericcio della scarsissima gente della tarda serata, e scuote la testa con un movimento vivace.
"Dritti al punto, eh? Ti ricordavo chiacchierone. Hai anche ragione a comportarti così, vero?" Il suo sorriso, stavolta, è triste, ma gli occhi chiari non smettono di analizzarlo per un attimo. È facile notare come eluda la domanda, con eleganza. "Sembri stanco morto. Da quanto sei ad Albany?".

Brendan alza le spalle, un movimento neutro. Non riesce a capire esattamente cosa stia provando: è come se ci fosse un vetro resistente a dividere i semplici fatti dalla nostalgia, o da qualunque altra emozione.
Non riesce a trovare comprensione, solo un buco vuoto e pulsante lì dove una volta c'era qualcosa...forse affetto, forse odio, forse entrambi insieme.
Si è quasi dimenticato come si fa a stare insieme al fratello senza sentirsi male.
"Da ieri mattina. Sono rimasto a casa dei nostri genitori. Ora facciamola finita, che dici? Fammi capire che diamine ti sta succedendo, e poi ognuno per la sua strada.".

Per un attimo Constantine sembra combattuto. Sul suo volto scompare la sicurezza e si alternano espressioni contrastanti, difficili da decifrare, quasi come se due persone diverse lottassero per prendere il sopravvento.Quando parla esita, schiarendosi la voce.
"E' un po' difficile da spiegare. È successo di tutto, ma...soprattutto...volevo dirti..alcune cose. E magari...presentarti qualcuno."

“Piantala di fare il vago.”
La diffidenza negli occhi di Brendan non sembra diminuire, anzi: si mescola con un pizzico di aperta ostilità.
"Non vuoi rispondermi apertamente? Fatti tuoi, ma se hai intenzione di presentarmi di nuovo qualcuno di quei gruppi di spostati che credono di poter curare i tipi come me la risposta è: vai a farti fottere".
Sta quasi per finire il suo tè ed alzarsi quando il fratello lo blocca per un braccio, supplichevole, disperato.

"No, no...non è come pensi." Constantine stavolta ha lo sguardo di chi sta cadendo nel vuoto e non ha niente a cui aggrapparsi.
"Non si tratta di questo. E'..."
Un sospiro, e poi una lunga pausa, il silenzio del tuffatore che si lancia in un'acqua nera.

"Non credo di avere scelta, è tutto troppo incasinato e non ti fidi di me. Sei un telepate, no? Guardami nella testa".

Quella frase è così inaspettata che Brendan si strozza con il tè, finendo per sputacchiarlo ovunque, tossendo.
Il telepate si ritrova addosso gli sguardi preoccupati di avventori e camerieri, e la mano del fratello che gli batte la schiena.

Senza pensarci due volte si ritrae, scattando in piedi, guardando Constantine con occhi sbarrati, un dolore sordo che cresce nel petto e che trova orribilmente familiare. Un dolore che è fatto di vecchi insulti, trappole e sguardi carichi di rancore.
"Cosa hai detto?"

L'avvocato si fa guardingo, e annuisce, guardandolo con una complicità che gli fa montare una rabbia sorda e cieca, come fuoco nel petto.
"Hai capito...non posso spiegarti cosa succede se..."

"A quanto pare non dovevo credere a quello che mi diceva Hector, eh? Cambiato un cazzo. Bel modo per tentare di mettermi nei guai.". Gli sibila Brendan, chinandosi appena e combattendo l'istinto che gli suggerisce di prenderlo per il collo. "Mi prendi per scemo? Vaffanculo.".

Senza curarsi più di niente, scatta via, digrignando i denti come un cane rabbioso.

"Brendan! Aspetta!" Constantine non ha perso tempo e lo raggiunge dopo pochissimo, di corsa. Cerca perfino di afferrarlo per una spalla, facendolo girare di scatto.
La risposta furente del telepate non si fa attendere: il pugno chiuso colpisce lo stomaco del fratello con tutta la forza che ha a disposizione, con tutta la frustrazione accumulata da anni.

I precedenti pasti del rampante avvocato Scott vanno a far compagnia al freddo asfalto del marciapiede quando lui si china per vomitare probabilmente anche l'anima.

"Speravo che fosse cambiato davvero qualcosa!" Brendan deve lottare per non urlare, e non gli importa nemmeno che intorno a loro si sia creato un piccolo capannello di curiosi.
"Che tu l'avessi smessa con le stronzate!"

Non ce la fa ad impedire che la voce si spezzi e tremi come sta tremando lui, i pugni chiusi per attaccare ancora.
"Lo so cosa vuoi fare. Ci hai già provato. Che vuoi dimostrare?” Deglutendo vistosamente, il giovane si limita a scuotere la testa. “Non mi posso fidare di te. Si stanno tutti preoccupando per le cazzate che fai e ti permetti ancora di fare questi giochetti. Sei una carogna, Constantine. Cresci.".

Finalmente il telepate fa per girarsi, ma una mano freddissima e molliccia lo blocca ancora. Il fratello maggiore non sembra voler mollare, ed è quell'insistenza che comincia a sciogliere quel nodo di rabbia che gli pesa nel petto.

"Non...ti sto prendendo in giro...non è come pensi." Dice Constantine, faticando a riprendere fiato e massaggiandosi lo stomaco, con un'espressione assai dolorante.
"Ho bisogno...ho bisogno del tuo aiuto. Sul serio. Ma...se non mi guardi nella testa non posso spiegarti niente. Puoi farlo, vero?"

Brendan socchiude gli occhi, anni di diffidenza ben stampati nella mente e in volto, e si guarda intorno, senza risparmiare occhiate truci alla gente che, già a distanza di sicurezza,comincia ora a girare alla larga.
"Non qui. Se è di nuovo un trucco per denunciarmi ti faccio vedere l'inferno. Stavolta non c'è mamma a fermarti, ma non potrà nemmeno fermare me da quello che ti farò. D'accordo?"

La risatina di Constantine si trasforma in un accesso di tosse, ma, per qualche motivo, lui comincia a ghignare, un brutto sorriso storto.
"Immagino di meritarmi questo trattamento. Beh, nessuno mi ha detto che fosse facile."
L'avvocato scuote la testa quando accetta il braccio del fratello minore che, riluttante, lo aiuta a rimettersi in piedi.

"Non ho la minima intenzione di farti del male in alcun modo, fratellino. Stavolta devi credermi".
Con un sospiro, e un ultimo colpo di tosse, l'uomo fa un cenno, cominciando a camminare.
"Vieni da me. Ho una macchina, facciamo prima."







La casa di Constantine non è quella che si ricorda, un appartamento elegantissimo in centro che lui aveva avuto l'onore di vedere una sola volta.
Quella è poco più di un monolocale in un condominio e la zona è molto più periferica. Un posto vagamente squallido che non gli piace per niente.
Brendan si guarda intorno a disagio, senza rendersi conto che il fratello non l'ha perso di vista nemmeno per un attimo.
“Lo so, non è quella che ti ricordi, ma...ci sto lavorando. La casa l'ho lasciata a Louise, non mi andava di restare lì. Allora, vuoi qualcosa da bere?”

Il telepate scuote la testa, in silenzio: sembra ancora ostile, sulla difensiva, e Constantine decide che non è il momento di fare conversazione casuale.
Dopo aver chiuso la porta della sua stanza si gira verso il fratello, che sembra quasi una bestiola selvatica, e prende un respiro profondo.

"Hai ancora paura di me. Non ti biasimo." Quella non è una domanda, ma una frase che sa di amaro.
"Sono stato un bastardo, lo so. Puoi fidarti solo stavolta? Poi deciderai cosa fare, non credo che potrai perdonarmi dopo quello che ti ho fatto, ma..."
 Di nuovo il tono di voce dell'uomo diventa supplichevole, a disagio, e per un attimo Brendan intravede un lampo di disperazione nel suo sguardo.
“Ho bisogno di te. Ti prego.”

Nessuna risposta da parte di un telepate ancora arrabbiato, solo sguardi gelidi. Il fratello maggiore fa qualche passo indietro, aprendo le braccia, con un sorriso amaro che sembra renderlo più vecchio.

"Vuol dire che mi fiderò prima io."
Brendan rimane al suo posto, fisso ed immobile anche quando Constantine si allontana, anche quando chiude gli occhi e apre le braccia, prendendo un respiro profondo.

Il telepate fa un salto all'indietro quando sente rumore di tessuto che si strappa, e il suo sguardo corre immediatamente alla porta. Qualcosa, però, annulla all'improvviso tutti i suoi propositi di fuga: qualcosa che sta succedendo al fratello maggiore.
Sulla sua pelle, sui suoi vestiti, dappertutto si sta formando un intrico di filamenti simili ad una ragnatela spessa, che lo ricopre completamente nell'arco di pochi secondi.
Al posto di Constantine c'è una creatura pallida e calva che lo fissa con enormi occhi dorati e gli sorride, calorosa. I suoi denti sono aguzzi.
Brendan sente che la gambe gli si fanno molli, e si ritrova seduto a terra senza nemmeno rendersene conto, le orecchie che gli ronzano.

Constantine, o quello che è ora, scatta verso di lui, ma si ferma di botto, portandosi le mani palmate alle tempie . Sembra fare uno sforzo notevole per ritirare quei filamenti e tornare quello di sempre, come se non riuscisse a controllarsi.
Dopodiché è facile raggiungere il fratello minore e accoccolarsi vicino a lui.
“Stai bene?”. Sono le prime parole che gli dice, poggiando la schiena al muro e chiudendo gli occhi.

“Quando? Che cosa...? Chi è...?”

Alle parole sconvolte del telepate, l'uomo, anzi, il simbionte ridacchia.
“Hai capito cosa sono ora, vero? Mi sa che in quella Scuola ti insegnano molto più di quanto tu dica. Lei è lady Ywain. E al momento è parecchio contenta di conoscerti, e mi sa che non sa ancora con chi ha a che fare. Capito perché dovevi entrarmi nella testa, idiota?”

Brendan riesce ad allungarsi per guardare meglio il fratello e comincia a ridacchiare anche lui suo malgrado.
“...tra tutti i nomi proprio Ywain? Lady? Non c'è storia, tu vai proprio a scegliertele di classe.”

In breve, senza nemmeno sapere come, i due fratelli si ritrovano a sghignazzare, entrambi seduti a terra, schiena contro la parete. Questo, almeno, fino a quando il telepate non riprende fiato, e si fa più serio.
“Sul serio...cos'è successo?”

Constantine, sospira, e si alza, togliendosi la polvere dai pantaloni.
“Mi stai chiedendo una storia maledettamente lunga. Birra?”

Il simbionte torna dopo poco, porge a Brendan una delle due lattine che aveva in mano e si risiede, prendendo a parlare dopo una brevissima pausa, interrotta solo dal suono secco di linguette che si strappano.
Era successo poco dopo che il fratello minore era partito per Philadelphia. Quasi un anno prima.




Constantine era sempre stato una persona intelligente, o almeno si era considerato come tale. Avvocato rampante, già inserito in circoli politici interessanti, aveva sempre visto il suo futuro come un curva sempre in ascesa.
A trentadue anni il suo mondo tranquillo aveva subito uno scossone imprevisto, e quella curva famosa aveva preso tutt'altro andamento.

Era cominciato tutto da una coincidenza.
Il suo studio aveva deciso di mollargli un nuovo caso, uno di quelli spinosi che solo i veri sciacalli avrebbero accettato di prendere in considerazione.
Si era trovato di fronte ad una madre, una giovane donna il cui figlio, mutante come lei, era stato ucciso dal compagno in quello che si voleva far passare come incidente.
Aveva rifiutato il caso, di malo modo, senza nemmeno dare mezza occhiata ai suoi fascicoli, pensando ad uno scherzo: non potevano affidare una cosa del genere proprio a lui!
Insomma, per quanto fosse disposto a fare qualunque cosa per la sua carriera...questo era troppo.
Non poteva difendere un accidenti di mostro, per quanta risonanza avrebbe potuto avere vincere il caso. Ne sarebbe andato della sua reputazione, dei suoi appoggi, di tutto. Avrebbe rischiato di rovinare una possibile carriera politica, o l'ascesa verso circoli più importanti.
Che ne sapeva, poi?Avrebbe potuto essere un vero incidente, considerato l'elevato pericolo insito in tutte le capacità di quei maledetti errori. Poteva allora considerarsi autodifesa, e lui non riusciva nemmeno a biasimare quella persona.

Nessun altro voleva prendere un mare di spine come quello, e perciò quel particolare caso era stato rifiutato.
Nessuno avrebbe potuto immaginare la veemente risposta della giovane madre, che era comparsa più volte allo studio, senza mai arrendersi.
La prima volta che l'aveva vista litigare con la segreteria aveva ridacchiato, poi l'aveva ignorata, alla fine si era addirittura arrabbiato, tanto che l'aveva trascinata nel suo studio e avevano cominciato una violenta discussione durata più di un'ora.
E quanto aveva lottato! Aveva portato nuove prove, nuove testimonianze, si era appellata alla giustizia e all'umano buonsenso. Constantine l'aveva cacciata di malo modo.

All'inizio, passato il momento di rabbia, tutto sembrava normale: aveva ripreso la sua vita come sempre, e la donna non si era ripresentata, con enorme sollievo di tutti quanti. La sua mente, tuttavia, stava lavorando in sottofondo, stava mettendo insieme i pezzi del puzzle.

Senza alcun preavviso, aveva cominciato a sognarla. Aveva cominciato a sognare quegli occhi furiosi.
Il suo sguardo era talmente feroce, talmente disperato che si era piantato nel cervello come un tarlo, e lì aveva cominciato a scavare, e scavare, e scavare.
Ogni volta, ogni santa volta, poteva sentire la sua occhiata di accusa ancora bruciargli dietro la nuca, quando si era girato per aprirle poco gentilmente la porta.

Sempre più spesso si trovava a pensare al fratello, proprio a Brendan.
Alla sua espressione ferita, alle sue fughe, ai giorni in cui tornava disperato da scuola solo per trovare ostilità anche a casa.
Suo fratello aveva rischiato di finire come quel ragazzino: anche quello era stato etichettato come un semplicissimo incidente, un inconveniente i cui colpevoli non avrebbero mai avuto una faccia. L'avevano quasi ammazzato a forza di botte e lui gli aveva voltato le spalle, proprio come aveva voltato le spalle a quella donna.

In comune avevano una sola cosa: un semplicissimo gene.
Constantine aveva tentato di razionalizzare, ma le giustificazioni su cui aveva fondato una vita non riuscivano più a reggere. Pericolosi? Innocui? Fuori controllo, abomini? Innocenti? Animali? Persone?

Lo stesso tessuto di cui era composta la sua vita aveva cominciato a sfaldarsi, un pezzo alla volta. Non poteva tornare a casa, non poteva stare in compagnia quando quei dubbi lo tormentavano giorno e notte.
La sua stessa esistenza, la stessa vita per cui aveva combattuto così fieramente, i suoi amici, sua moglie, tutti i suoi ideali: quelle cose stavano barcollando improvvisamente, come assi di legno marcio in un ponte sospeso.
Aveva cominciato a sentire schifo anche verso se stesso, e quello lì proprio non era riuscito a razionalizzarlo, non più.

A disagio perfino con se stesso senza capire bene il perché, Constantine si era trovato a girare in piena notte per il parco, la sua pistola tra le mani.
Meditava strani pensieri, istinti che si infiltravano nella sua mente come fumi velenosi...e invece l'aveva trovato lei.
Ywain. Una piccola, luminosa creatura vagante in cerca di anime sperdute.
Si era legata a Constantine senza chiedere alcun permesso.

Lui si era svegliato la mattina dopo senza ricordare alcunché, senza più pistola, bagnato fradicio e con un forte mal di testa.
“Sembrava una sbronza, Brendan, ti giuro. Solo che ad un certo punto lei ha cominciato a parlarmi nella testa. E..mi sono trasformato nel bagno di casa. Mi sono chiuso due giorni dentro, Louise pensava fossi impazzito.”

Aveva addirittura meditato di andare da uno psichiatra, sicuro anche lui di aver perso qualche rotella, ma Ywain l'aveva nuovamente bloccato. Aveva cominciato a parlare, a parlare, e non si era più fermata, spiegandogli finalmente tutto.
La cacciatrice di anime in pena, la guida dei tormentati l'aveva trovato, e forse chissà, sarebbe riuscita a farne qualcosa di lui e della sua vita incasinata. Quello era l'unico scopo della sua lunga vita, decenni, molti più di quanto potesse immaginare.

La sua pressione continuava ad essere costante, continua: talmente forte, talmente traumatica che lui era tornato a parlare con la donna, era andato a scusarsi in ginocchio, sperando di liberarsi di quella vocina insistente che non lo faceva dormire di notte.
Aveva addirittura accettato di difenderla in tribunale e con i suoi colleghi, ma l'ufficio aveva ormai rigettato il caso, e non c'era più verso di tornare indietro. Stava attirando qualche occhiata perplessa di troppo.

Non ci aveva pensato due volte: si era licenziato in tronco, rinunciando per disperazione a tutte le sue ambizioni, e aveva accettato di difenderla di ufficio. Il caso era ancora in corso, complesso e spinoso come avevano previsto.
Questo aveva rovinato il suo matrimonio. Louise si era arrabbiata con lui, era diventata amara e cattiva, e lui aveva cominciato a vederla con occhi nuovi. I silenzi erano diventati ghigliottine, e avevano divorziato di lì a breve.

Ma Ywain non l'aveva lasciato e non si era zittita, per niente. Pian piano avevano fatto amicizia, pian piano aveva cominciato ad apprezzare la sua calma e la sua gentilezza... ma era impossibile ignorare le sue parole, pesanti come macigni. Non riusciva nemmeno ad odiarla, non più. Non riusciva a darle torto. Non quando le sue parole corrispondevano ai suoi sospetti.

Aveva cominciato a parlargli anche di Brendan, di nuovo aveva cominciato a fargli pressione, fino a quando non l'aveva chiamato...e ora erano lì, appoggiati ad un muro, a parlare.

Io non...volevo questo, fratellino. Non so che fare. Non...lo voglio. Ma non so dove...cosa...”
Le parole di Constantine si fanno incoerenti, e poi si spezzano, la voce che si fa sottile come quella di un bambino.
“Non so più chi sono.”

Per quanto cerchi di sforzarsi, Brendan non riesce a trovare niente da dire. L'unica cosa che gli viene in mente è mettere una mano sulla spalla del fratello, che non si scosta.
“Pensi di registrarti?” È la prima domanda cauta e preoccupata del telepate dopo un lungo silenzio.

“Non lo sanno nemmeno i nostri genitori. Nemmeno Hector..e non glielo dovrai dire.”
Constantine scuote la testa, poggiando il mento sulle ginocchia, rannicchiato, ma sogghigna, un'espressione orribile e ritorta.
“Non credo che mi libererò presto di Ywain, non mi illudo, ma non voglio essere marchiato a fuoco. Ce l'hai presente quell'SSA, vero? Passerà, e io... Non voglio essere visto come quello che non sono.”

Un'ondata improvvisa di frustrazione investe Brendan, che sbuffa, cercando di controllare l'impulso di allontanarsi a quelle ultime parole un po' sprezzanti.
“Benvenuto nel mio mondo, allora”.

L'occhiata improvvisamente ferita e sperduta del fratello maggiore gli fa venire voglia di rimangiarsi quelle parole acide, e fa quasi per parlare quando lui lo interrompe, con un sospiro.
“Scusa, ho esagerato. È che...è difficile abituarsi. Non...”

“Per qualunque cosa lo sai che puoi contare su di me, d'accordo?”
Le parole veementi del telepate fanno sorridere Constantine, che si allunga per arruffargli i capelli, un gesto così familiare e allo stesso tempo lontano da far venire il magone ad entrambi.

“D'accordo. Ma ora finiamola di stare seduti qui come due deficienti, che dici? Ti offro una pizza. Abbiamo dieci anni da raccontarci.”

giovedì 25 agosto 2016

A drop in the bucket

Albany, 07/08/2024, ore 3.57



Alexander si sveglia di soprassalto dal suo sonno leggero: una moto sta passando sotto casa sua, il rombo profondo del motore che d'improvviso si spegne. Un rumore troppo vicino.
Il dottor Scott dà una gomitata alla moglie, che gli dorme beatamente accanto.


"Mary. Mary!"


"...Mh"


"L'hai sentito?"


"Mh?"


"Qualcuno si è fermato qui vicino."


"Mh...che vuoi che sia? Lo sai che ore sono? Al...dormi..."
La donna si gira dall'altro lato senza nemmeno dire un'altra parola, e il respiro subito le torna pesante.


Alex invece ha scoperto che, con l'estate e gli acciacchi della mezza età, è diventato molto più difficile riprendere sonno.
Quel silenzio, dopo il rombo della moto, però è invitante, tanto. Sta per richiudere gli occhi, rassicurato, quando altri suoni, tintinnio di chiavi e una porta che si apre, lo consegnano definitivamente al mondo dei vivi.


La paura lo invade come acqua gelida, gli restituisce lucidità e capacità di decisione.
Senza svegliare la moglie, il medico decide di alzarsi, evitando le pantofole per non fare rumore. Sono soli in casa: Hector si è da tempo trasferito al college, Constantine ha la sua vita e i suoi problemi e Brendan...beh, meglio non pensare a lui.
La loro zona non è più sicura come un tempo, tanto da spingerli a considerare un trasferimento. Troppa gente conosce la mutazione del loro secondo figlio, e troppi di loro hanno il sangue bollente.


Nel frattempo, il dottor Scott ha pensato ad armarsi, a suo modo.
Da sotto il letto, con un'elasticità che non credeva ancora possibile per i suoi cinquantotto anni, prende una mazza da baseball ed esce dalla stanza da letto, scendendo le scale silenzioso come un gatto.


Non è altrettanto silenzioso lo sconosciuto: dopo aver aperto e richiuso la porta è andato a sbattere contro il nuovo portaombrelli, facendolo cadere. Alexander riesce a sentire anche il borbottio di quelle che devono essere di sicuro bestemmie.
Lui continua a strisciare, rasente al muro, fino a quando, nel buio, non nota una figura proprio davanti alla finestra. Alza la mazza, pronto a colpire.


In quel momento, la luce si accende.
"Ehi ehi ehi ehi!" Brendan fa cadere il suo vecchio zaino nero e fa un salto all'indietro, spaventato, alzando le mani come un ladro preso di soppiatto. "Giù quella cosa!"


Ad Alexander per poco non viene un infarto. Guarda suo figlio portandosi una mano al cuore, e la mazza da baseball cade sul tappeto.
"Cosa...come...quando...." Il suo volto è talmente rosso e congestionato che l'espressione di Brendan si fa terrorizzata, ed è quasi sul punto di chiamare qualcuno quando a suo padre torna la voce.


"Come hai fatto ad entrare?"
Un sogghigno, e il telepate fa roteare sull'indice un assurdo portachiavi, un gattino stilizzato. Lo spavento si sta trasformando man mano che torna il colore sul viso di Alexander, e ora lui sembra divertito.


"Ho ancora le chiavi di questa casa, sai? Ciao, pà, come stai? Ooh, ciao figlio, che bello rivederti, mi fa così piacere..."


Il suo sproloquio così familiare strappa un'espressione esasperata ad Alexander, e per un attimo è tutto così normale da essere doloroso.


"Avresti dovuto avvisarci."


Il sorriso di Brendan si fa contrito al tono del padre, e lui si stringe nelle spalle.
"Sorpresa."


Per poco Alex non lo rimprovera, per poco non lo tratta come il ragazzino che un po' è sempre stato...ma non ci riesce e, con sua sorpresa, si ritrova senza parole.
C'è qualcosa di strano nel suo secondo figlio, qualcosa che non riesce a decifrare.


Non è nemmeno passato un anno da quando si è trasferito a Philadelphia, ma, per qualche motivo, sembrano eoni.
Brendan è stanco e si è lasciato un po' crescere la barba, un'ombra appena. Deve essere dimagrito un po', e questo lo rende ancora più allampanato del solito. Il suo gusto nel vestire non è cambiato, camicie strane e colori stridenti, e sopra indossa una giacca nera. Una giacca da motociclista.
In mano ha anche un casco, un orrore pieno di adesivi colorati, ma non è questo che lo rende tanto diverso. Sembra quasi un estraneo.


Alex non riesce a definire cosa ci sia di anomalo, e si ritrova a prendere tempo.
"Sono le quattro del mattino, Brendan...ti rendi conto?"
Il telepate ha il buonsenso di arrossire.
"Ho un po' improvvisato. Ho finito tardi a lavoro, poi me la sono presa comoda sull'Interstate. Non pensavo di svegliarvi, avrei dormito sul divano..."
 
"Come sei arrivato?"


Anche suo figlio lo sta scrutando e, sotto il ghigno onnipresente e fastidioso, sembra provare la sua stessa attenzione tesa.
"La mia moto, no?" E mugugna, alzando gli occhi al cielo allo sguardo stupito del medico.
"Giusto. Sì, ho una moto. E no, non potevo prendere l'aereo. La corriera è fuori questione, scordatelo. Dai pà, evita quella faccia... sono solo tre ore di viaggio, mica mi sono trasferito in Alaska!"


L'esasperazione ironica nella voce del giovane gli fa venire voglia di prenderlo per le orecchie, ma quando Alexander si muove il corpo agisce da solo, come se avesse una propria volontà.
Le braccia stringono il telepate in un abbraccio caloroso, che lui ricambia senza esitare.


"Non sparire mai più."
Brendan si becca il successivo schiaffetto sulla nuca di buon grado, senza smettere di ghignare.
Anche questo è cambiato. L'ultima volta che era stato lì sembrava un galeotto, tutto occhiate sfuggenti, smorfie e mezzi sorrisi ansiosi celati sotto le solite chiacchiere irritanti.
E gli abbracci...dopo quell'incidente dei suoi sedici anni non si era mai più fidato abbastanza della sua stessa famiglia da accettare un abbraccio senza cercare di allontanarsi subito dopo.
Era stato così per anni.


"Va bene, un pochino me lo merito. Ma sono stato incasinato da morire, nemmeno te lo puoi immaginare quello che succede giù nella vecchia Philly..."
Alexander scruta il figlio, con un rigurgito di preoccupazione. Lui ricambia lo sguardo, e stavolta è il dottore il primo ad abbassarlo.


"Teniamo d'occhio le notizie: lo so quello che sta succedendo, Brendan. E ci preoccupiamo."


Il telepate si limita ad annuire, facendosi di colpo più serio, ma non dice niente per il momento, limitandosi a prendere atto della cosa, con fare un po' vergognoso.
"Scusa. Mi faccio sentire più spesso, te lo prometto."


 Poi allunga il collo, guardando dietro le spalle di Alex.
"Mà? Dov'è? Sta bene?"


Il dottore ride sotto i baffi, annuendo.
"Te la vado a chiamare. Aspetta solo che ti veda..."


L'occhiata spaventata del figlio lo fa ridacchiare, mentre lui sale le scale, ancora distratto.
Saranno pure cambiate tante cose, ma il sacro terrore della mamma è ben impresso nei geni di tutta la famiglia Scott.


Ma cosa c'è di diverso in Brendan? Perché ha l'impressione di parlare con lui, ma allo stesso tempo di trovarsi davanti un perfetto sconosciuto?
Forse il modo in cui sostiene lo sguardo.


Ecco, forse è proprio questo: Brendan sembra sicuro di sé.
Si muove, lo guarda e si rivolge a lui come ad un pari, con l'aria decisa di ha capito quale sia la strada da percorrere. Non è più un ragazzino vergognoso, smarrito in un mondo che non capisce. No, non può nemmeno chiamarlo ragazzino, non più.



Mary è veloce a svegliarsi, una caratteristica quasi innaturale che nessuno dei suoi figli ha ereditato.
Da saltare fuori dal letto a prendere letteralmente per le orecchie suo figlio, parecchio più alto di lei, strillandogli una sfilza di rimproveri che sembra infinita, è un attimo.


"Cosa ci fai qui? Ah, ti limiti a mandarci messaggi di tanto in tanto e ora compari all'improvviso, senza dire niente? Non è modo di fare, ti rendi conto? Potrei cacciarti di casa! E poi...arrivare con una moto! Una moto, capisci? Che ti passa per la testa? Sono le quattro del mattino, brutto irresponsabile, chi ti ha insegnato a comportarti in questo modo? Io no di sicuro! Ti sei bevuto il cervello? Tuo padre poteva farti male! Poteva venirgli un infarto! Potevamo avere un cane! Poteva morderti! Potevamo aver messo un allarme! Finivi in carcere!"


Brendan subisce in silenzio la sequela crescente di timori, ma niente, non riesce a smettere quel sorriso impudente che fin da bambino gli costava continue punizioni.


"E' bello vederti in forma, mà."
Si limita finalmente a dire, approfittando di un momento in cui la madre si è fermata per prendere fiato.


Mary lo guarda a bocca spalancata come un pesce senz'acqua, e per un attimo sembra quasi voglia rifilargli un possente ceffone.
L'espressione di Brendan si fa a dir poco scioccata quando invece anche lei lo abbraccia con una forza tale da fargli quasi mancare il fiato, guardandolo poi con gli occhi umidi di chi sta soffocando le lacrime.


"Cretino che non sei altro. Vieni, ti preparo la colazione."









Ormai è quasi l'alba, ma casa Scott è in movimento già da un po': nessuno pensa più a dormire.


"Quindi sei un professore, ora?"


Brendan arrossisce quando nota gli sguardi increduli di entrambi i genitori, e fa in fretta a mandare giù il pancake che sta mangiando.
Ha spiegato loro la situazione in poche semplici parole, ma a quanto pare la confusione sembra aumentata.
"Un insegnante, piuttosto, non usiamo parole grosse. Mi occupo più che altro di dare una mano....a persone simili a me. Che, mi ci vedete a insegnare storia?"
Lui ridacchia, ma non può fare a meno di notare come l'incertezza di Alexander e Mary non sia diminuita nemmeno di un po'.


"Ma...è pericoloso! Dopo tutto quello che sta succedendo alla YGS di Philadelphia... dopo la votazione...perchè vai in cerca di guai? Non ti è bastato..." Alexander sembra rendersi conto di aver detto una parola di troppo, e deglutisce a fatica.


"No. Quello che mi è successo è bastato ed avanzato per una vita intera, ma non si tratta più di andare in cerca di guai."

Il sorriso del telepate si fa un po' storto, e per qualche attimo la sua mente vaga.
Vaga fino a ricordare la furia di uno scorpione gigantesco spuntato da una voragine nell'asfalto, giri di notte per stradine sconosciute con il vuoto in testa, un'esplosione nei pressi di un locale e il suono secco di ossa che si spezzano. Delle sue ossa.
Vaga verso ricordi di un Natale troppo recente passato ad osservare il fondo di un bicchiere, quando solo l'intervento di un volto davvero amico gli aveva impedito di trovare un punto abbastanza alto da cui prendere il volo una volta e per tutte.
Vaga e ricorda di risoluzioni tentennanti e di chiacchierate notturne con un uomo pallido come uno spettro, e della promessa di ricambiare quello che gli è stato dato. Vaga fino a ricordare di tutte le volte in cui ha stretto i denti e ha ricominciato a lottare.
Ricorda riunioni ed allenamenti, ricorda proteste e persone, vive e morte, i cui volti può rievocare anche ad occhi aperti.


"E' pericoloso anche se non facessi quello che faccio." Continua deciso, stupendosi lui stesso della calma con cui affronta l'argomento.
"Siamo arrivati ad un punto in cui possiamo stare a guardare o fare qualcosa per cambiare questo schifo, e io non intendo stare fermo un attimo più del necessario. Ho imparato a gestire quello che sono, ho imparato ad usare le mie capacità e non è una cosa che mi fa paura, non più.”

Un sospiro, e il telepate continua, quasi stancamente.
“Se c'è una cosa che posso fare è usarlo come si deve, per quanto posso. Per aiutare tutti quanti, superumani o meno."

Un lungo silenzio accoglie queste ultime parole, ma Brendan scopre che non è più difficile alzare lo sguardo verso i suoi genitori e sostenerlo.


“Credete non abbia pensato alle conseguenze? A quello che potrebbe o non potrebbe capitare? Non è sempre facile, ma... È da quando avevo sedici anni che fuggo come un deficiente. Sono stato un idiota anche con voi, e non sapete quanto mi dispiace, ma...non posso più...”


“Hai ragione tu. Fanculo alle conseguenze.”

La voce che, con sorpresa di tutti, lo interrompe è quella di sua madre. Alexander sembra ancora poco convinto, ma Mary trasuda orgoglio da tutti i pori, e sta sorridendo come non l'aveva mai vista fare prima. Si precipita ad abbracciarlo per l'ennesima volta, con  tanta veemenza che per poco il giovane non cade dalla sedia.
"Lo sapevo che saresti diventato un insegnante come me!"


"Ma mamma!"

mercoledì 27 luglio 2016

And his heart grew three sizes that day.

Philadelphia, 16/07/2024 ore 19.20

Brendan scopre di non avere abbastanza forza per quella videochiamata. Il cuore gli sta battendo molto più veloce di quanto dovrebbe, e non riesce a rispondere, reso goffo dal tutore che gli stringe il braccio destro.
Prof gli sta dormendo sulle gambe: il suono delle fusa di quel gatto è sufficiente per tenerlo ancorato lì e dargli il coraggio che serve per toccare quell'innocuo tastino verde sullo schermo.

"Ehi. Guarda un po' chi si vede..."
Cerca di dipingersi in viso il sorriso più smagliante del suo repertorio, ma lo sguardo di Hector è troppo sospettoso.

"Ma dormi?"
La prima domanda interdetta del fratello minore lo fa scoppiare in una risata sincera, così chiassosa che il gatto scappa via, spaventato, e va a rifugiarsi sotto il vecchio divano.
La cosa lo fa ridere ancora di più, sotto lo sguardo perplesso di quel ragazzo dai cortissimi capelli rossi.
Può vedere la stanza del college dietro le sue spalle, un paio di poster, un letto sfatto e una pila di libri.

"Si chiama lavoro, piattola. Forse un giorno capirai anche tu, quando sarai un bimbo grande."

L'occhiataccia di Hector è acuta, così simile a quella di Mary e così comica al tempo stesso che tutta l'ansia, tutta la preoccupazione scompaiono.

"Sul serio, ho visto gente conciata meglio alla fine di una sessione di esami brutti. E poi che hai fatto al braccio?"

Gli vengono in mente lampi improvvisi, gli occhi spietati di un ragazzo troppo simile ad una bestiolina feroce braccata, qualcosa di invisibile che lo investe e l'urto freddo del lampione sul fianco.

Si sorprende anche lui di quanto la sua scusa riesca a suonare naturale.
"Oh, sai com'è, sono caduto. Qui piove un sacco, si scivola che è un piacere!".

Hector non pare molto rassicurato, e il silenzio che piomba all'improvviso fa passare a telepate la voglia di mantenere quel sorriso che è sempre più forzato man mano che il tempo passa.

"Allora? Brendan, cos'è questa storia della Young Gifted School di cui mi hai parlato via messaggio? Non stavi lavorando come tassista?"

"Ho smesso di fare il tassista da qualche mese, ormai."
Quelle parolo gli escono pesanti come piombo. Non vuole sentirsi in colpa, ma è più forte di lui.
Di tutta la sua famiglia, forse Hector è l'unico a non meritarsi tutti quei segreti, e la paura di incontrare il suo sguardo, la paura di scoprire cosa c'è dentro, lo costringe a tenere il suo verso il pavimento.


"Ora capisco perchè non dormi. Da quanto?"

Brendan comincia ad avere improvvisamente la gola molto secca, e deve schiarirsi la voce più volte prima di continuare a parlare. Mettere in parole quello che pensa si rivela difficile: nella sua testa è tutto alla rinfusa e i pensieri gli scorrono troppo veloci per afferrarli.

"...Dall'inizio del nuovo anno. Sono...ci stavo pensando da Natale. Non ce la facevo più da solo, e poi...sono rimasto a dare una mano."

Un'altra pausa, e una ventata di orgoglio, calda come lava, scaccia via quel perenne grumo di angoscia che lo tradisce ogni santa volta che deve parlare con qualcuno della sua famiglia.

"Non ce la facevo a vedere...cosa succede. Ho anche io una responsabilità. Non me ne potevo stare fermo e buono. Non posso starmene con le mani in mano, Hector. Voglio...creare qualcosa. Costruire. E...io ci credo davvero in quello che sto facendo. In quello che la Scuola fa. A dispetto di...tutto."

Rialza la testa quasi di scatto, e guarda il fratello minore quasi con aria di sfida.
"E qua io resterò, comunque vadano le cose."

La cosa più assurda dell'atteggiamento di Hector è che sta sorridendo. No, meglio, sta ghignando.
"Io che studio come un matto chiuso in questa topaia e tu che vieni bello e tranquillo a dirmi che sei diventato un insegnante." Un sospiro, e il ragazzo scuote la testa, compassato.
"Tu...professore. Proprio tu. Tanto vale che mi diano già la carica di Presidente degli Stati Uniti."

"Grazie. Posso sempre contare su di te quando voglio ridimensionarmi."
Brendan sbuffa, alzando gli occhi al cielo, sarcastico, senza nemmeno sforzarsi per nascondere il sollievo evidente, che lo invade e lo fa sentire più leggero.
"E poi studio anche io, che ti credi. Non è il tipo di studio che ti immagini, ma..."

Hector lo interrompe con entusiasmo incongruo e quasi infantile.
"Ora riesci a controllare la gente entrandogli in testa? Potresti farmi ballare che so, il tip tap? Puoi farmi vedere che so, una bottiglia di birra dove non c'è? Puoi..."

Il telepate lo vede infervorarsi, le guance che gli diventano rosse, e istintivamente porta le mani avanti a sè, per proteggersi, ridendo.
"Calma, stop, fermati! Certe volte mi sembra che tu abbia ancora undici anni. Comunque no, la telepatia non funziona tutta così e non per me. Ma..."
Lo sguardo si fa improvvisamente furtivo, e cerca di guardare nella stanza del fratello, sospettoso.
"Siamo soli?"

Il fratello annuisce con aria di aspettativa: è seduto a terra, a gambe incrociate, ma per un attimo gli sembra  davvero un bambino che aspetta la storia della buonanotte.
Brendan si guarda intorno, e decide di alzarsi per prendere il suo zaino. Dentro ci sono delle monete cadute, lo sa e lo può percepire. Sentire il metallo intorno a lui è ancora una sensazione strana, lo mette parecchio a disagio, come se gli prudesse la pelle. Ma si sta abituando.

Torna con un paio di quelle monete strette nel pugno sinistro. Hector sembra parecchio incuriosito, ma la curiosità si trasforma in vero e proprio stupore quando quegli innocui pezzetti di metallo cominciano a levitare pigramente a circa cinque centimetri dal palmo aperto di Brendan. E' troppo semplice farlo, basta un pensiero.

"No, dai! Non ci credo!"

 Il telepate lascia ricadere le monete, e ridacchia stancamente.

"La prossima volta mi faccio pagare per lo spettacolo. Sono cinquanta dollari, prego."

Una risata, ed Hector scuote la testa.
"Diamine, quasi non ci credo che puoi fare una cosa del genere. Quindi sul serio insegni ai ragazzini? Nostra madre sarà così fiera di te..."

Brendan annuisce, ridendo anche lui: ricorda bene la sottile, bonaria delusione di Mary nel vedere i suoi figli intraprendere carriere così diverse dalla sua.
"Non ne sarei così sicuro. Per come stanno andando le cose mi sembra strano non sia già piombata in casa mia come un falco."

Il giovane al di là del telefono arriccia il naso, e il suo sorriso entusiasta scompare pian piano.
"Ho sentito alla tv che cosa stanno combinando a Philadelphia. Nemmeno qui la situazione è tranquilla...ma...non è una città così grande. Al campus stanno girando ogni genere di storie "
Hector si allunga verso il telefono, indicandolo con un fare serio, troppo per un ragazzo di quasi ventidue anni.
"Prometti che fai il bravo, mh? Sei un attiraguai professionista, ma non scherzare, specialmente con questa legge che gira al Senato. Non puoi sapere quello che succederà a quella scuola. Mamma e papà si stanno preoccupando a morte per te."

"Non posso dirti niente, tranne che...ci lavoriamo. E no, non posso tirarmi indietro nè ho intenzione di farlo.".
E' il turno di Brendan di fare una smorfia. Quel forte senso di orgoglio bruciante è tornato, così estraneo e familiare al tempo stesso.
"E non posso prometterti niente, se non che quando ho un buco libero li vado a trovare."

La pausa che fa dopo gli pesa molto più del previsto, e quando torna a parlare sente la gola di nuovo secca.
"Constantine? Dovevamo vederci a Newark, ma...non risponde ai messaggi. L'ho anche chiamato, ma rifiuta...".

Un'ombra inquieta passa sul viso di Hector, e stavolta sì che c'è da preoccuparsi. Sono secoli che non lo vede così nervoso: nemmeno durante le ultime feste natalizie, quando tutti  avevano passato il tempo a litigare come cani, aveva visto quell'espressione.
"Non lo sai." Quella non è una domanda, e gli fa sprofondare il cuore qualche centimetro sottoterra. "Constantine si è licenziato. Lui e Louise stanno compilando le carte per il divorzio. Non lo so che sta succedendo di preciso, ma...dovresti parlare soprattutto con lui."

Brendan scopre in quel momento che si ci può sentire preoccupati per una persona e anche, allo stesso tempo, sorpresi di esserlo.
"Lo faccio solo per farti contento." Mugugna, lasciandosi scappare un mezzo sorriso quando l'espressione del fratello si rischiara.

Il suono di una sveglia li fa sobbalzare entrambi, e il telepate si lascia scappare l'ennesimo dei sospiri esausti, girandosi per spegnerla.
"Devo tornare a lavoro, piattola. Ci si sente, d'accordo? Ora ho parecchio da fare, cerco di fare un salto ad Albany quando posso, che magari parliamo di persona e ti racconto meglio."

Il fratello minore fa un occhiolino, annuendo. "Non ti preoccupare. Lo sappiamo che sei un uomo affermato ed occupato, ormai."

Brendan ridacchia, e fa per interrompere la videochiamata.

"E...Brendan?" Si interrompe, incuriosito, quando vede il ragazzo ghignare di nuovo.

"Ce n'è voluto di tempo, eh? Sei proprio una testa di cazzo."

E' quel buonumore a scacciare via ogni ombra dalla conversazione ormai conclusa, e il telepate si ritrova a rispondere con naturalezza, portandosi una mano al cuore, fintamente scandalizzato, ma annuendo nel frattempo.
Sì. Ce n'è voluto di tempo.